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Boxhead Ensemble – Nocturnes (Atavistic / Wide, 22 agosto 2006)

di Daniele Follero

Oltre che progetto aperto nato dalla mente sopraffina di Michael Krassner, il Boxhead Ensemble può a ragione essere definito un supergruppo, considerato il calibro dei personaggi che vi hanno preso parte nei nove anni che vanno dal 1997 ad oggi. Grandi menti dell’avant rock internazionale si sono alternate sotto la direzione di Krassner per dare vita ad un gruppo che conciliasse l’improvvisazione con la scrittura: Jim O’Rourke, Ken Vandermark, Will Oldham, Edith Frost, Scott Tuma e Fred Lonberg-Holm sono solo alcuni dei nomi di spicco che si sono avvicendati, a cui vanno senz’altro aggiunti, per dovere di cronaca, membri di Gastr Del Sol, Tortoise, Eleventh Dream Day e Wilco.
Messo insieme originariamente per comporre la colonna sonora di un documentario sulle isole Aleutine (Dutch Harbor, Atavistic, 1997) l’ensemble, attraverso un’attività discontinua, arriva alla sua quarta realizzazione full lenght con questo Nocturnes, che in quanto a presenze, almeno sulla carta, non ha nulla da invidiare ai precedenti album: oltre al violoncellista Lonberg-Holm (che qualcuno ricorderà come quarto Zu in The Way Of The Animal Powers), si aggiungono il pianista Jacob Kollar (che utilizza un pianoforte preparato) e il percussionista Frank Rosaly.
L’attitudine a creare ambienti sonori e commenti per le immagini, seppur non esplicitata in quest’occasione, è evidentemente ancora presente nel progetto. Questi “notturni”, numericamente disposti alla rinfusa, potrebbero tranquillamente fare da colonna sonora a più o meno brevi cortometraggi, tanta è la loro forza immaginifica e la loro capacità di creare atmosfere con i suoni.
Atmosfere sempre diverse, ben lontane dai monocromi esperimenti di free improvisation, che per un’esigenza naturale, sono legati all’attimo. Qui c’è scrittura e si sente. Si sente nelle costruzioni, ordinate anche se in alcuni casi volutamente scomposte; si sente nella complessità delle tessiture e nell’ottima conduzione delle parti, che alterna momenti individuali (vedi il bellissimo assolo di violoncello in Nocturne 4) a dense costruzioni orchestrali (Nocturne 2).
Di volta in volta si passa attraverso mondi che hanno profumi diversi, ambienti sonori che accompagnano il cammino dell’orecchio: dalla vecchia America della fantasia, fatta di chitarre suonate con il bottleneck, armoniche a bocca e cowboy (Nocturne 5) all’era elettronica tutta glitch e nastri magnetici (Nocturne 8).
C’è un po’ di tutto in questo circo dell’immaginazione, non privo di sfumati riferimenti zappiani. Un disco meno “difficile” di quanto si possa pensare. Ben fatto. Proprio ben fatto.

(7.5/10)

  1. Nocturne 1
  2. Nocturne 5
  3. Nocturne 3
  4. Nocturne 8
  5. Nocturne 4
  6. Nocturne 7
  7. Nocturne 2
  8. Nocturne 10