
Che i Baustelle siano cresciuti dal punto di vista artistico è ormai un fatto assodato: a testimoniarlo un disco quasi perfetto come La Malavita in bilico tra pop orchestrale e cieli di piombo, scampoli di beat nostrano e sciccherie dandy in stile Pulp, canzone d’autore particolarmente attenta ai testi e produzione “ingombrante”.
Ferrara Sotto Le Stelle inaugura il cartellone estivo proprio con loro e le aspettative, neanche a dirlo, sono alte. Ad attendere la band un migliaio di persone dai sedici ai trent’anni e, tra la coltre, striscioni e trombe, in un piacevole cortocircuito stilistico sociale a demarcare la differenza tra concerto e piccolo evento.
Apre la serata una band di supporto non proprio qualsiasi: un gruppo di ragazzi decisi a rilanciare un progetto e una fede con una nuova line up (Corrado Nuccini, Luca di Mira, Mirko Venturelli, Francesco Donadello, e ovviamente Jukka Reverberi) e un nouvel disque in arrivo per l’autunno. Sono i Giardini di Mirò di ritorno dall’aldilà, alla terza data di un tour estivo che si preannuncia già rinascimentale. Grandi emozioni sul palco per i ragazzi, ma quel che conta è lo spessore del suono: i caratteristici arpeggi fluidi e conseguenti crescendi furibondi escono chiari e potenti dalle casse di Piazza Castello. Istinto e sudore, trame articolate e sfumature, colori accesi e spazi avvolgenti, tutte fila di una trama che questa volta non chiameremo con la solita etichetta, no, perché mai come ora le definizioni sembrano labili, scomode e castranti per quello che è un live set memorabile. I Giardini esplorano le potenzialità dei nuovi brani, proseguono con una manciata di episodi da Punk Not Diet e infine afferrano di petto le primissime composizioni. La differenza c’è, e quando è il monolito del feedback lo scoglio da sfidare, il pubblico è tutto per Reverberi.
Il concerto dura il tempo di un battito d’ali ed è tempo degli headliner di Montepulciano che, come per la data del Covo dello scorso inverno, partono con il motore ingolfato. Il Bianconi, del resto, nascosto questa volta sotto baffi da Charles Bronson, non è insolito a dèfaillance negli attacchi e Ferrara non fa eccezione. La fortuna sua e nostra è Rachele Bastreghi, contraltare del languido leader, nerboruta toscana dal tocco vellutato anche quando innalza i tendoni di velluto dell’orchestralità. E’ la tastierista a tenere le mura dell’edificio all’inizio ma, quando il gioco tra i due s’innesca, il live prende il volo e tutto sembra funzionare.
A dire il vero, il contorno è un po’ monocromatico: i restanti musicisti sembrano correr dietro alla fine più che allo svolgimento dei brani. Sembra che la loro Malavita sia da consumarsi qui e ora, dandola in pasto ad un pubblico affamato affinché ne fruisca e ne consumi i versi. Così un Claudio Brasini che spinge sulla sei corde funziona, salvo dare l’impressione (lui come - ancor di più - la seconda tastiera, il basso e la batteria) di delimitare l’area - o di timbrarne le scansioni - piuttosto che lavorarla ai fianchi. I testi, quelli che tutti conoscono, sono solidi e funzionano comunque, eppure, quando la band propone quelli meno noti, emerge anche il confronto con la scrittura maturata recentemente e il gioco vacilla, il set prende l’altalena. Si tratta, consapevoli o no, di una scelta. Scelta che riferita agli episodi adulti e toccanti de Il Corvo Joe, Un romantico a Milano, Sergio, La canzone del riformatorio pare, senza malignare, esprimere la foga di chi urge ma non comprende bene dove concentrare i propri sforzi sul palco. Anche questo fa brodo in questa storia/serata e con tutto ciò, il voto alla partecipazione e all’emozione non ha punteggio.
(contributi di Fabrizio Zampighi)