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Vinicio Capossela - Ovunque proteggi (Atlantic / Warner, gennaio 2006)

di Stefano Solventi

Una sbornia condannata alla poesia. Una poesia bastarda e incantevole, cialtrona e indifesa, furibonda e impostora. Poesia di nervi, di apparizioni, di ricordi a conati, di lucidità rassegnata. Da rivoltare a furia di trabocchi emotivi, di patafisica, di paradosso. Vinicio, come al solito, si lascia soggiogare dalla fanfara, è il satiro guitto che non smette di credere all’allucinazione di un Chelsea Hotel in mezzo ai balcani, ai gemiti di una mitteleuropea chiavata e sventrata, a quei misteriosi nebbioni d’orzata come li cantava Paolo Conte l’avvocato, ad un’Italia ancora preda d’ingenui/atroci abbagli yeh-yeh. Vinicio canta uno stato d’assedio, con la paura a cucire i destini dell’una e dell’altra parte, seminando ferocia e sconcerto e miracoli. Secoli ormai di cultura pop, di figurine ipnotizzanti, il meccanismo della fantasia è un gioco ma anche un giogo. Vinicio non finge d’ignorarlo, si trascina per come può anche coi denti se necessario, con quella creatività brusca e burlona che sa quando è il momento di spalancare le segrete del cuore. Tira avanti a suon d’espedienti, come un Sancio Pancia al seguito di dieci, cento, mille Don Chisciotte. Condannato ad innamorarsi di tutto, anche della più fosca profezia.

La sbracatezza viscerale de L’uomo vivo. La sibilante disanima di Brucia troia. Gli ammennicoli pre-lounge di Medusa cha cha cha. Il valzer chapliniano di Nel blu. Il Tom Waits neppure troppo dissimulato di Al colosseo e Dalla parte di Spessotto. Gli spasmi elettronici nel bailamme post-sovietico di Moskavalza. La lunga camera oscura di S.S. dei naufragati - con quell’incalzante recitato, il theremin evanescente, l’organo chiesastico e la poderosa corale. E infine la rumba soffice della title-track, uno dei Capossela più trepidi mai uditi, vago segno speranzoso dopo tanto cupo procedere, in attesa dell’incanto che tornerà (?). Questo disco è dunque un altro scrigno dal forziere del marajah, quello suonato con più cura, tanto da sfiorare il didascalico (come lo swing che squarcia l’epica morriconesca di Nutless), ennesima tappa di una carriera che inizia a confondersi nel proprio riflesso e non potrebbe essere altrimenti. Con un piccolo aiuto tra gli altri di Marc Ribot, Roy Paci e Ares Tavolazzi: salvifica qualità dei compagni di viaggio. Lunga vita a Capossela.

(7.2/10)

  1. Non trattare
  2. Brucia Troia
  3. Dalla parte di Spessotto
  4. Moskavalza
  5. Al colosseo
  6. L’uomo vivo
  7. Medusa cha cha cha
  8. Nel blu
  9. Nutless
  10. Pena de l’alma
  11. Lanterne rosse
  12. S.S. dei naufragati
  13. Ovunque Proteggi