
L’onta di un sottile, piccolo male di vivere si cristallizza nei freddi netti del Canada. A Vancouver. Avere vent’anni e notare l’ombra che lascia ogni cosa, anche la più luminosa.
Dopo una lunga e stimolante paideia musicale dedicata agli anni ‘80, le ventenni Organ, affrancate dal timor reverenziale verso i maestri, ma loro grate di ogni input ricevuto, realizzano Grab That Gun, inaspettata sorpresa che si erge, quasi inconsapevolmente, sulla medietà del déja vu di inizio anno. L’album, preceduto dal seminale ma già notevole EP del 2002, Sinking Hearts, viene concepito a Vancouver nel 2004 e prodotto da Kurt Dahle dei New Pornographers per l’etichetta Mint, con una distribuzione limitata solo al Canada.
Ma la situazione non doveva calzare a pennello alle ragazze se, di lì a due anni, il disco viene ri-registrato con Paul Forgues e Todd Simko, forse alla ricerca di uno smarrito spleen originale.Nel rispetto del codice wave, l’obiettivo è il sistema emozionale ed è tutto più facile, se l’attacco parte da lì.
Brother è il colpo a bruciapelo di una rivoltella pronta a scattare, se ferita nell’animo, ma le parole, piuttosto che sbraitate, vengono alleggerite dalla grazia magra e nervosa di Katie, figura di mirabile, cerbiatta androgina, lontana anni luce dal bagliore artificiale di certe nuove icone, perfettamente a suo agio sul basso d’apertura Joy Division, il cui spettro evanescente Ian Curtis attraversa, in un soffio lieve, anche la gravità di There Is Nothing I Can Do. Una nuova meraviglia di organo drammatico a segnare il cantato palpitante chiaroscuri malinconici è Steven Smith, trepidante un malessere affratellato allo smarrimento dell’animo Interpol.
L’oscurità si infittisce con Basement Band Song, sinuosa sincope alla Cure, dalla chitarra che, con asciutto dinamismo di vento autunnale, solleva foglie secche dal selciato, spazzando via tutto nell’accelerazione finale di Memorize The City. Morrissey potrebbe star comodamente seduto a sondare il terreno per poi dare il benestare alla delicata, fragile malinconia di I’m Not Surprised e alla dolcezza new romantic di No One Has Ever Locked So Dead, impreziosito dalle fugaci ma intense occhiate della chitarra all’organo. Il finale, alla stregua di uno sguardo muto, fisso sulle cose, dopo la tempesta emozionale, chiude con lento e solenne tocco d’organo, in una ghost track completamente strumentale .
Dopo, il silenzio e un corpo che, con indolenza, si accinge a tornare alle estemporanee faccende, adempiendovi distrattamente, irrimediabilmente innamorato di un ascolto che merita la cura del molteplice rinnovarsi.
(8.0/10)