
Basterebbe l’iniziale More To Come per inquadrare i Tall Firs come l’ennesimo gruppo sorto sulla scia della rinascita folk o weird-folk americana. Eppure il trio newyorkese al (tardivo) esordio per la Ecstatic Peace, è uno di quelli che sa giocare di fino.
Sembrano una versione no freak della Akron/Family, scivolano sullo stesso piano scosceso dei Codeine, si permettono di usare tutti gli elementi di base del genere ma rifiutandone in toto l’hype. Due chitarre suonate in punta di corda, drum kit minimo e melodie essenziali; questi gli ingredienti necessari ai tre per servire un ricco piatto che, in un eccesso di umiltà, descrivono come electric folk.
Tall Firs è un unicum atemporale, profondamente intimo e personale, in cui trovano spazio melodie vocali desolate e introverse, intrecci di chitarre sul guado tra disperazione e bellezza, batterie “spazzolate” e rintocchi lievi di organo quasi che il disco stesso fosse una questione privata.
Così Don’t Complain si nutre delle melodie dell’ultimo Oneida, ma le rivede in versione disidratata – non solo unplugged, sia chiaro, ma ridotte all’osso; Buddy/Baby è una magistrale nenia che accompagna dolcemente per l’intera durata con i suoi intrecci strumentali, mentre The Breeze è una outtake scarnificata e fantasmatica dai Sonic Youth ultima maniera (da A Thousand Leaves in poi).
Quando i tre perdono il controllo con The Woods (quasi che il richiamo della foresta fosse irrinunciabile) ecco il maelstrom sonoro che culmina con la spettacolare batteria multiforme di Sawyer nella parte centrale. Dopotutto non di pivellini si tratta, avendo Sawyer trascorsi in studio e live con gente del calibro di Mekons, At The Drive-In, Fiery Furnaces e TV On The Radio, mentre Mullan ha spesso collaborato con Chris Corsano.
Disco umorale ed eclettico, intrinsecamente folk e quasi confidenziale, Tall Firs è una di quelle gemme nascoste da raccomandare solo agli amici più cari.
(7.2/10)