
Assieme dal '97, in palmares l'album autoprodotto Slo-Mo (2002), i Reflue debuttano ufficialmente con questo A Collective Dream per la produzione di Maurice Andiloro dei Breakfast. Sono in sei, vengono da Parma, cantano in inglese la loro strana miscela di blues, wave, synth-pop, folk e jazz. Strana perché, malgrado risulti sempre plausibile e talora perfino accomodante, c’è sempre qualcosa che la spinge sull’orlo dell'inconsueto: le giustapposizioni/ibridazioni stilistiche, quel senso d’indeterminatezza strutturale, le comparsate di tromba e sax, il piglio “figurativo” delle trame ritmiche, le chitarre che scavano, intagliano, spigolano... Ne consegue un equilibrio al limite che produce tensione spaesante, una torbida vertigine di seduzioni e insidie. In tal senso, Brilliant Beauty battezza strategicamente il programma, con gli onirici languori folk blues circa Grant Lee Phillips tra sfarfallii di bonghi e tamburelli, col piano errebì e le chitarre flessuose a scomodare solchi di cantautorato psichedelico dalla solerte disinvoltura seventies.
Un antipasto che scava terra sotto i piedi, al punto che poi accogli ciò che viene con una certa – come dire? - trepidazione. Ciò che viene: si va dalla wave nervosetta e accorata di Singing The Blues al noir rarefatto di Black Comedy, dal blues wave ombroso di Evil Twin (provvisto di sdrucciolevoli inquietudini Blonde Redhead) all'ibrido wave-folk-world di Beloved Hatred, dove shaker, piano, percussioni e clap-hand svolazzano aerei ed arguti come un Peter Gabriel giovane contagiato da fregole "americana" U2. La conclusiva Martina's Treasure, oltre ad aggiudicarsi la palma di miglior pezzo - col suo blues a passeggio nella notte cinematica in un palpitante crescendo psych - sembra indicare nella potenza atmosferica la chiave di tutto il disco, sorta di fiction sonora che utilizza tutti i sogni sognati dai sei parmensi per incantarti, a costo di spacciare un depistaggio per ogni certezza. Non resta che tenerli d'occhio, i Reflue.
(7.1/10)