
Non vi è dubbio che i Parenthetical Girls, pronti per fare il botto con questo secondo album possiedono più di un aspetto in comune con Jamie Stewart, la metà degli Xiu Xiu, che ne aveva prodotto l’esordio. Parliamo di un pop dal canto enfatico, di xilofoni e campanellini, di arie confident lacerate da storie spezzate, di incursioni avant per un’elettronica tascabile. Soprattutto di tanta bellezza in ogni gesto, parcellizzata fino allo sfinimento, artistica e irritante come quel sacchetto trasportato dal vento di American Beauty.
Tanti i fili che legano i due progetti, ma altrettante le differenze, a partire dalla polpa delle canzoni dell’album, dieci diamanti scolpiti da Zak Pennington, cantautore androgino ma al contempo perfettamente univoco quando si tratta di definirne il ruolo. Il registro è quello del Brian Molko più placido e meno autocompiaciuto (quella soavità da angelo wendersiano), e poi ci sono quegli slanci elegiaci, lo scalare le note in una gaia visione pop che fu in primis il credo di Morrissey.
Se gli Xiu Xiu hanno portano Mark Hollis (Talk Talk) nei gironi infernali del romanticismo tragico (ovviamente Paolo e Francesca), lo scarto dei Parenthetical Girls è in un limbo dalle parti del post war dream, il sogno andato a male di Pink (Roger Waters) che si tramuta nel carillon dell’omino che porta i gelati, ovvero nelle strofe rubate a certo pop Cinquanta, di cui s’è già assaggiato il nettare con Sondre Lerche e Jens Lekman.
E così questo pop ’00 comincia a prendere forze e forma. Ce ne rendiamo conto proprio con Safe As Houses, fiero e nostalgico, d’antan come potrebbe essere una canzone delle Cocorosie, lirico come amerebbe interpretarlo Antony (l’arcangelo Gabriele di tutti loro), disturbante come i citati Xiu Xiu (ma anche ai Dirty Projectors), sinfonico à la Final Fantasy, cheap come Casiotone For The Painfully Alone, civettuolo come Patrick Wolf e, soprattutto, in bilancia tra estetica e emotività, teatralmente Ottanta con uno o più nervi scoperti, l’intimità lo-fi del casalingo e la materia dura della vita per la quale non c’è rimedio migliore se non l’elevazione della lirica e della piccola sinfonia.
Dunque, in quest’esercito di formichine ora c’è pure lui, Zac Pennington, il più stiloso e fotogenico, ma anche Zac l’essenziale, capace di passare da una melodia del miglior Brett Anderson (Love Connection, pt II, The Weight She Fell Under) al declamare a picco su un ronzio di note al synth e marzialità Robot Ate Me (I Was the Dancer), dal passare dall’estetica Tin Pan Alley (Oh Daughter/Disaster) a un’apertura vocale di chi sa esattamente come uscire da un incubo raccontandosi la più rassicurante delle melodie (The Weight She Fell Under).
Insomma, un piccolo classico di chamber pop, popolato da campanellini, note appese a spianare e falsetti raccolti attorno a altrettante melodie solide come nuvole. Ottima anche la produzione del Dead Science Jherek Bischoff (che assieme a Sam Mickens è anche parte del gruppo): il sound è conciso senza perdere in onestà, gli strumenti accarezzano e graffiano con la stessa efficacia, soprattutto si sorride, si respira di polmoni, si sente quel soffio al cuore...
(7.3/10)