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Make A Rising - Rip Through The Hawk Black Night (High Two, 7 giugno 2005 / Goodfellas, 2006)

di Lorenzo Filipaz

Greetings from Psychedelphia, una scena in costante evoluzione che dopo l’acid-drone-rock di Bardo Pond e Azusa Plane, dopo le suggestioni bucoliche di Mazarin, Lenola e Three For Tens, si sta ora specializzando in un filone freak-collagista sulla scia di Lilys, Man Man e Bent Leg Fatima Need New Body. E proprio a quest’ultimo combo si possono più facilmente collegare i sorprendenti Make A Rising, con il loro debutto Rip Through The Hawk Black Night ora disponibile anche in Italia (ma pubblicato già la scorsa estate).

Forse i MAR sono meno estremisti dei Need New Body ma anche meno gigioni, musicalmente più solidi grazie a dei raffinati arrangiamenti orchestrali che rimandano ai primi Fiery Furnaces, tuttavia alleggeriti da uno spirito più semplice e anarcoide. Alcuni episodi rimandano certamente al prog inglese, come l’intermezzo canterburiano di Pun Womb o come i tempi dispari di Lonesome On The Skiff (che si traforma in un corpo a corpo prima fra sax e violino e poi tra ukulele e chitarre elettriche post-punk!) o la splendida progressione di When Moving West (che nel suo emergere da una distesa di campanellini appare già come un classico al primo ascolto, rimandando direttamente ai King Crimson di Starless). Ma più che alle velleità progressive i MAR si rivolgono ai grandi freaks stravinskiani transitati per Los Angeles fra ’60 e ’70 come Joe Boyd (United States Of America), Van Dyke Parks, David Axelrod, usando altresì inserti di glam, Sun Ra, Todd Rundgren, Alice Coltrane come ritagli per patchwork.

Unica pecca forse la mancata costruzione di un contesto forte: i suddetti freaks inserivano i loro maestosi collage in precisi concept, come il Ciclo di Parks o i poemi blakiani di Axelrod, mentre i MAR appaiono un po’ più “enciclopedici” in stile West Coast Pop Art Experimental Band, ma poco importa di fronte a cotanto bel sentire! Se l’iniziale Look At My Hawk fa temere il pericolo guazzabuglio informe coi suoi svolazzi improvvisi fra arie polifoniche, piani impressionisti in tensione Debussy - Satie, siparietti per sola voce falsettata e intrusioni now (!) wave, le successive “sculture” rivelano come esso sia solo un compendio introduttivo a ibridazioni perfettamente riuscite, mostri assemblati infilando le materie più disparate in fogge riconoscibili alla stregua delle composizioni di Arcimboldo, vedasi la collisione fra free e minimal in Plastic Giant, o la magistrale Expired Planet che si dispiega in grandi aperture orchestrali su cascate di batteria.

A completare il quadro la freakeria totale di artwork, immagini promozionali e shows che vedono i Nostri esibirsi in maschere dada-demoniache segando tronchi e lanciandosi in sfrenate esibizioni di free-avant-skiffle. Sensazione.

(7.3/10)

  1. Look At My Hawk
  2. Song For Dead Nickie
  3. When Moving West
  4. PLastic Giant
  5. Pun Womb
  6. I'm Scared Of Being Alone
  7. Lovely It May Seem
  8. Lonesome On The Skiff
  9. Expired Planet
  10. Partial Thoughts
  • Justin Moynihan: piano, tastiere, voce, saxaflute, accordion
  • John Heron: percussioni
  • Brandon Beaver: chitarra, voce
  • John Pettit: basso, tromba
  • Jesse Moynihan: chitarra, violino, voce