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Angelica 2006 logo

Live: Angelica 2006 - Varie location (maggio 2006)

di Daniele Follero

Momento Maggio: Angelica ricomincia da sedici

Ritorna Angelica. Il festival internazionale di musica d’avanguardia e d’improvvisazione riprende il suo corso, ma con un volto nuovo: non più un festival concluso in sé, ma una sigla che lascia aperte nuove prospettive, non limitata nel tempo e pronta ad accogliere in qualsiasi momento i “suggerimenti” e le suggestioni del mondo musicale La sedicesima edizione non è stata delle migliori, ma è bastato il signor Anthony Braxton a infiammare l’atmosfera.

Angelica ricomincia da sedici. Erano tante le attese riguardo a uno dei festival di musica improvvisata più importanti d’Italia. Il punto interrogativo con cui si era conclusa la scorsa edizione aveva lasciato tutti un po’ con il fiato sospeso. I problemi economici (ribaditi ed evidenziati, peraltro, anche quest’anno) uniti a un crescente disinteresse delle istituzioni per iniziative culturali “di nicchia” (che proprio per questo non riescono ad uscire da un ambito molto ristretto) avevano fatto pensare al peggio.
E invece Angelica è tornata. Per restare. Abbandonata nella sostanza la struttura di festival come evento circoscritto, la sigla comparirà a più riprese nel corso dell’anno, attraverso una varietà di iniziative più o meno ampie, sul modello delle giornate in passato dedicate ad artisti come Heiner Goebbels e Karlheinz Stockhausen. In questo modo, come sottolinea il direttore artistico Massimo Simonini, “le possibilità espressive di una realtà come Angelica si estendono, nel tempo, considerando quello che ci viene ‘offerto’ momento per momento”.
Una fase di transizione, di trasformazione, in cui il classico appuntamento di maggio non scompare, ma diviene il fulcro, il perno di un’attività più vasta.

Mike Patton

Anche quest’anno, la collaborazione del Teatro Comunale di Modena ha confermato la grande apertura dell’ente lirico modenese nei riguardi delle musiche contemporanee, trascinato dal “coraggio” del direttore artistico Aldo Sisillo, impegnato da anni nel compito di “svecchiare” il pubblico dei Teatri d’Opera. Proprio Sisillo ha aperto, nei panni di musicista, la sedicesima edizione del festival (ma Simonini preferisce parlare di anni, più che di edizioni), quest’anno intitolata Momento Maggio, dirigendo un’ opera inedita del giovane compositore statunitense Eyvind Kang. Il Comunale era pieno, ma per un evidente motivo: una delle due voci soliste era Mike Patton. L’ex Faith No More, sempre più poliedrico e disperatamente in cerca di conferme per candidarsi ufficialmente ad essere il successore spirituale di Demetrio Stratos, ha creato delle attese che però non si sono risolte in niente di particolarmente entusiasmante. Cantus Circaeus, scritta per coro, ottoni, chitarra e due voci soliste su testi di Giordano Bruno, John Scotus Erigena, Marbodo di Rennes e Pietro D’Abano, è un’opera un po’ deboluccia. Non bastano le belle parti corali à la Ligeti e le “plastiche” interpretazioni dei testi di Patton e Jessica Kenney ad evitare la piattezza dell’insieme. Troppi applausi.

Dopo la “trasferta” a Modena, Angelica è ritornata a giocare in casa l’11 Maggio. Ma neanche l’esordio tra le mura amiche del Teatro San Leonardo, ormai sede stabile del festival da anni, è esaltante.
Michel Doneda e Fabrizio “Abi” Rota basano tutta la loro improvvisazione sul soffio. Il sax di Doneda dialoga con i suoni campionati, che spesso sono i suoi stessi soffi. La tecnica di emissione del sassofonista francese, che evita accuratamente di emettere suoni pieni, limitandosi a soffi, soffocati ancor prima di diventare vibrazioni sonore, è d’impatto, l’idea di fondo è bella, ma che fatica l’ascolto!
Diverso il discorso per il progetto Camera Lirica di Domenico Caliri, già noto al pubblico di Angelica per altri suoi progetti, tra cui lo Specchio Ensemble. In questo caso l’ampia formazione orchestrale messa in campo contrasta con la monotonia timbrica dell’esecuzione precedente. I musicisti (tutti, o quasi, giovani strumentisti bolognesi) suonano con generosità, ma le composizioni di Caliri, rivisitate per l’occasione e dirette da lui stesso, solo qualche volta forniscono spunti interessanti, e quasi sempre nei momenti dedicati all’improvvisazione.

Anthony Braxton

Inutile negare che a rappresentare la punta di diamante di questa edizione di Angelica è stato il signor Anthony Braxton, sia nelle premesse che nel risultato. E’ stato lui a ridare vita alla grande improvvisazione dopo la delusione dell’anno scorso con il “siparietto” di Archie Shepp.
Braxton è semplicemente unico. Unico nello stile, dalle infinite dinamiche e dall’esaltante espressività; unico nella creatività, sempre pronto a superarsi e a competere con la sua stessa musica. Non capita tutti i giorni di trovarsi di fronte un musicista così “aperto”, dalle imprevedibili soluzioni.
Il sassofonista statunitense è arrivato a Bologna per duettare con un suo vecchio amico, Richard Teitelbaum, conosciuto soprattutto per la sua partecipazione al collettivo d’avanguardia Musica Elettronica Viva (Alvin Curran, Friederic Rzewski). Dopo gli esperimenti di un tour assieme nel 1970 e altre collaborazioni seguenti, jazz e avanguardia elettronica si sono uniti ancora una volta per dare vita ad una performance sensazionale: Teitelbaum con sintetizzatore e campionatore a fare da sfondo ai monologhi di un Braxton in ottima forma. Una musica che naviga tra fluidità e increspature, che gioca con le sfumature, soprattutto quando il tastierista campionandone i suoni mette il sassofono di fronte alla sua stessa musica, dopo averla soltanto accompagnata. Braxton contro Braxton: una sfida imperdibile, un faccia a faccia con se stesso, un continuo rispondere alle proprie provocazioni. L’intensità che i due riescono a mantenere per più di un’ora di concerto è incredibile e lascia col fiato sospeso quando l’ultimo suono si spegne e i due abbandonano il palco accompagnati da un vero e proprio “boato” del pubblico. C’è ancora spazio per un divertente quanto breve bis, che conferma l’estrosità dei due musicisti. In questi casi viene da dire: “Grazie di cuore”!

Angelica continua, io mi fermo qui. Il mancato dono dell’ubiquità non mi ha permesso di assistere né al trio Brötzmann (altro grande e storico jazzista)-Pliakas-Wertmüller, né al classico workshop angelichiano, questa volta affidato a Lawrence “Butch” Morris, da anni impegnato nelle sue Conduction, orchestrazioni che utilizzano un particolare “vocabolario” fatto di gesti e segni del tutto originali e condivisi con i musicisti. Un’operazione, per intenderci, simile a quella del Cobra Ensemble di John Zorn, che aprì la scorsa edizione del festival.

Dunque, anche quest’anno la bell’Angelica ha vinto la sua sfida, difficile e provocatoria, di far emergere dal loro piccolo mondo musiche che hanno tanto da dire e che avrebbero bisogno di più spazi per farlo. Una sfida che continua, più viva che mai.