Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Live: XXL - Covo Club (Bologna, venerdì 6 maggio 2006)

di Marina Pierri e Edoardo Bridda

Jamie Stewart è un colosso di fibre e carisma; a guardarlo passare, tarchiato, con la pelle scura e i tratti scavati nel legno, chiuso nella sua giacca per trovare un varco tra la folla del Covo, lo si direbbe uno come gli altri, “europeo”. Dietro di lui, Caralee, lentigginosa e chiara, caschetto adorabile e naso a punta, quasi scompare.

Eppure, saliti sul palco, i due sono altri, l’ordinario è d’emblé straordinario, emergono peculiarità e bellezza per un’esperienza sinestesica dove vibrazioni sonore e estetiche sono un tutt’uno, le une fuse dentro le altre.

I Larsen? Non potrebbero essere più distanti: prima la tecnica e quasi in ombra i volti. Il dettaglio e la perizia vincono la pelle, il movimento delle mani e delle braccia valgono più delle sagome.

Non occorre dire altro per esprimere il concetto e il progetto XXL,che in questa serata ha trasposto live la recente esperienza discografica delle due formazioni congiunte. Larsen e Xiu Xiu non potrebbero essere più vicini, si compenetrano bene, anzi si comprendono e si completano a vicenda: emotivi, strazianti, laceranti gli uni, sobri, possenti e calibrati gli altri. Assieme, lungo due ore abbondanti di concerto, sono un tuffo dal precipizio. Il dolore di Stewart sorvola le pianure. I plastici tridimensionali dei torinesi s’ispessiscono in trame espressioniste. La pazzia di Kirchner è dietro l’angolo. Il pathos emo entra in fusione a freddo post.

La prima parte del concerto è dedicata allo show dei primi: atmosfere severe, motori ritmici variegati ma ligi alle partiture, una scodellata di strumenti esposti come antichi archibugi di famosi artigiani dello strumento, tra i quali spiccano una grande fisarmonica e un theremin. Grande impatto filmico. Un incanto di quasi un’ora, interrotto soltanto all’insinuarsi negli spettatori del déjà vu post prontamente sedato dall’ingresso di Jamie e Caralee. Con loro, non si cambia libro, si volta un capitolo. I sei rodano, esplodono in impeto e concisione lungo quattro sparate al muro da togliere il fiato (perlopiù sono brani inediti che vedranno la luce nella prossima produzione targata XXL, prevista per l’inverno). Dopodiché, il set si ricompone riempiendosi di altri, poco ordinari, utensili: un ukulele, una cetra, una scatola contenente un synth che in realtà è un vecchio organo a pompa, una fila di campanelli da cameriere sistemati su un tavolo.

Lo show ora, è tutto per il duo americano: la timida si sposta dietro al music box, lo spigoloso imbraccia la sua chitarra, e presto, alla calma di lei, si contrapporrà il sudore di lui.

Il ragazzone alterna mosse goffe tra affondi sulle corde distorte, luccichii di campanelli e pugni ai piatti, creandosi attorno un campo di attrazione magnetica degna dei grandi leader dolenti. Antony, oppure, paragone più stringente e più azzeccato, Morrissey.

Così mentre Pox suona come una vibrante e spezzata A Forest dei Cure (…omaggio o meno, l’ultimo lavoro degli Xiu Xiu si intitola La Foret) e le mura della lunga stanza nera sembrano tremare sotto una voce cavernosa, Jamie passa dalle tinte flou di Crank Heart - dal precedente lavoro “pop”, Fabulous Muscles - ai tintinnii insolenti di Mousey Toy e Muppet Face.

Il duo porta chi ascolta nelle stanze dell’Inferno del cuore e oltre, viaggiando su una Sindone fatta di nervi muscolo-cutanei. Dal vivo, la dissonanza di La Foret si trasforma in eloquenza, facendo a pezzi la pur quasi perfetta armatura discografica. Il risultato è magnifico e ancor più quando, per gli ultimi spasmi, alla selva interiore di Jamie s’affiancano gli alberi scuri di Torino. Un grande finale, di passione e organicità, per un altrettanto imperdibile evento.