Ha creato non pochi problemi la stesura di questa recensione per il concerto romano di Peter Hammill. La definizione stessa di “concerto” applicata all’evento appare insensata. Verrebbe quasi più naturale il termine “psicanalisi”, se non apparisse così anomalo in un contesto musicale. Ma come altro definire i pensieri, ricordi e riflessioni che sono stati sviscerati da Hammill ed espressi, proprio come in una seduta di analisi, in maniera confusionale e senza alcun apparente filo logico?
L’iniziale My Room (unica concessione dal repertorio vandergraafiano) già definisce le linee-guida di tutta l’esibizione: il brano, in originale molto tranquillo e lineare, viene totalmente stravolto da un’insolita vena lunatica. L’umanità che traspare dall’interpretazione di Hammill fa dimenticare i suoi limiti tecnici, e la schizofrenia che pervade ogni singolo verso rende la canzone ancora più imprevedibile e coinvolgente. Si mette a nudo e non ha alcun timore di farlo. Con la sua voce attraversa quasi il totale spettro delle emozioni, che s’intravedono nella lotta sul suo volto: si va dalla malinconia di Nothing Comes all’energia di Comfortable, dai sussurri di Shingle Song agli abissi di The Lie.
In questo enorme flusso di coscienza la dimensione temporale non ha più senso: ed è così che vengono pescate dal suo repertorio chicche di inizio carriera (The Birds) e novità assolute (Meanwhile My Mother dall’imminente Singularity, presentata in anteprima mondiale). Ma il tempo sembra essersi fermato anche per la sua voce: incredibilmente potente e vivace come agli esordi, non ha cadute di tono e tutte le canzoni rimangono sullo stesso ottimo standard.
Hammill sicuramente non è un artista per tutti: dalla sala si esce estenuati e fisicamente provati dopo aver seguito le sue esasperazioni e irrequietudini, il caos apparentemente incontrollato, gli sbalzi emozionali continui. Ancora più insopportabile la sua brutale sincerità, la sua impudente naturalezza nel confessarsi di fronte al pubblico. Eppure assolve pienamente al suo compito di artista, rievocando e raccontando le paure e le ossessioni che accomunano tutta l’umanità. Sta poi decidere a chi lo ascolta se ritirarsi indignato di fronte a tale impertinenza, o lasciarsi trasportare nel mare impetuoso della propria mente.