Prima edizione di questo festival fiorentino dedicato alla musica elettronica, nelle diverse accezioni del termine, e all’ambiente visivo, ossia al video concepito come parte integrante della location, in questo caso l’antica stazione ferroviaria Leopolda.
Il programma riflette perfettamente l’intenzione degli organizzatori, vale a dire tentare di fondere due anime della cosiddetta musica elettronica, quella più sperimentale e tesa alla ricerca di nuove soluzioni espressive, e quella danzereccia, volta ad intrattenere il grosso pubblico tramite intuizioni, suggestioni, affiancamenti inaspettati ma sempre sotto la legge del bpm.
E’ toccato al collettivo Zimmerfrei inaugurare la prima giornata con una performance dal vivo, Panorama_Venezia, consistente in un filmato, in split screen, ambientato tra Mestre e Venezia, coadiuvato dalle voci del gruppo e dai suoni di Stefano Pilia (chitarra) e Vittoria Burattini (batteria). La modalità della scansione delle immagini potrebbe ricordare Chelsea Girl di Warhol, ma l’idea di fondo si ricollega agli altri lavori del collettivo, tutti legati dal concetto di tempo come elemento totalizzante, non discernibile dallo spazio, che è indagato dall’ensemble bolognese per mezzo di media differenti. Il set che segue è quello dei ¾ Had Been Eliminated, i quali scelgono un’esibizione dai toni più spettrali del solito, intensificando a poco a poco il suono per avviarsi ad un finale catastrofico, dai contorni quasi “rock”, una sorta di omaggio alle origini.
La serata entra nel vivo con gli statunitensi Deer Hunter, puro shoegaze con generose dosi di feedback, un po’ fuori posto e in fin dei conti prescindibili, per lasciare il palco ai Liars, ormai ospiti fissi del suolo italico, che allestiscono come sempre il loro rituale drummatico e nervoso, poco sorprendente per chi li ha già visti, e regalano qualche brano inedito, il tutto abbellito da Angus in completo rosso da gran diva!

La chiusura è affidata ad Andi Toma dei Mouse On Mars, qui in veste di dj, il quale serve in pasto al pubblico un set multiforme, un tocco di glitch, dosi massicce di drum ‘n’ bass, qualche spruzzo di bastard pop, in fin dei conti un po’ prevedibile, per quanto ben congegnato.
Venerdì 22, nello spazio pomeridiano, dà voce (e orecchio) a due realtà forse meno note: Dj Molli aka Letizia Renzini, già collaboratrice dei Timet, esperta alchimista di suoni digitali ed analogici, che propone un set d’impronta avant, diviso fra spigoli elettroacustici, field recordings e passaggi minimalisti (riconosco i Rechenzentrum delle Peel Sessions), e i Pigneto Quartet, in realtà un quintetto composto da basso, live electronics, giradischi e voce. Questi ultimi, già protagonisti di numerose serate romane, alternano momenti funkeggianti a solide trame retro-pop, perfettamente in linea con le loro divise, tra fantascienza anni ’50 e vintage anni ’60.
I volumi si elevano decisamente con la coppia più attesa del festival, Ellen Allien & Apparat, pronti a surriscaldare i laptop e a far risuonare tutta la Stazione: il pubblico è con loro; il duo non fa prigionieri per oltre un’ora, con un live piuttosto distante da Orchestra Of Bubbles, lavoro notevolmente equilibrato, a differenza di questo concerto, che nonostante ne estragga alcuni episodi si concentra maggiormente sul ritmo, sui bpm, sui muscoli piuttosto che sulle armonie. Del tutto assenti i campionamenti d’archi e i momenti più ambient del disco, sporadici gli interventi vocali di Ellen, la quale suscita tra l’altro frequenti approvazioni maschili, costante il feeling dei due berlinesi, dai quali tuttavia ci si aspettava un po’ di più. Molto divertenti, ad ogni modo.
A questo punto diventa ingrato il compito di chi segue: Drama Society e Mirko aka Lazy Fat People, due dj set più tradizionalmente techno che svolgono comunque bene il compito, aiutati fra l’altro dai visual di Besegher, Blanche e Kinotek, ideatori del portale VjCentral.
L’ultimo giorno è dedicato agli amanti del dancefloor, con alcuni dei nomi più conosciuti dell’ambiente come Pascal Feos, dj resident del Cocoon di Ibiza, Gabry Fasano e Marc Houle, della label M-nus di Richie Hawtin. Il bilancio finale è certamente positivo per quanto riguarda la partecipazione, ma non sembra essere esaustivo a proposito delle diverse “anime elettroniche” che oggi s’agitano per il globo, una questione che riguarda attualmente tutti i grandi eventi, tanto che forse è il caso di tornare a ideare festival più piccoli e settoriali.