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Live: Neapolis Rock Festival –– Arena Flegrea, Napoli (24 giugno - 13 / 14 luglio 2006)

di Gianni Avella

La nuova, decima edizione del Neapolis Festival si concede, come consuetudine, una sontuosa anteprima. Il 24 giugno, a più o meno dodici mesi di distanza dai Kraftwerk, Ryuichi Sakamoto e Alva Noto presentano sullo stesso palco il set di Insen. Un piano e un laptop, più visuals. L’uno di fronte l’altro, i due non hanno bisogno di guardarsi negli occhi, pochi sguardi d’intesa e un’ora di gran classe vola via, un perfetto evento da cerchietto rosso sul calendario; e se mai un “concerto” del genere meritasse un boato, la nuova versione di Merry Christmas Mr Lawrence (dal recentissimo Revep Ep) elargisce l’inaspettato.

Tempo tre settimane e la kermesse apre ufficialmente con la defezione di Morrissey che, fedele alla sua linea intransigente (un po’ troppo per l’autore di Meat Is Murder presiedere a un evento sponsorizzato da un’azienda di pellame..), cancella pochi giorni prima del concerto la data napoletana con conseguente foro da rattoppare. Non sembra baciata dalla sorte la giornata del 14 luglio, e quando i nostrani Baustelle smarriscono il mood sinistro: canzoni come Il Corvo Joe e Revolver suonano vinte. Non va decisamente meglio con The Robocop Kraus e la loro derivativa new-wave, anche se il peggio è la malinconia dell’Electro Stage che dinanzi a cinque-dico-cinque presenti ospita, mestamente, le prove di Tying Tiffany (simpatica e volenterosa) e Schneider Tm (vittima pure di problemi tecnici). Un deciso scossone lo concede il tirato set degli Eels seguito poi dai ritrovati dEUS di un Tom Barman, sì schiavo delle rughe, ma fermamente macho nelle pose. Little Arithmetics, Instant Street, Suds & Soda (che nel finale cita Sabotage dei Beastie Boys): basta poco per ricordarci la loro grandezza.

La notte è sempre consigliera: l’Electro Stage assume finalmente le sembianze che gli spettano. Tutti fremono per l’arrivo del glamourous Tiga, ma prima si ballano Santos & Peedoo (meglio il secondo). Il canadese prodigioso si presenta in tenuta sportiva con tanto di cappellino e t-shirt da skater impavido: le danze moderne sono ben servite …impasticcati di troppo compresi.

L’abbandono dei Liars (motivi luttuosi) è il secondo buco, questa volta in corso d’opera, del festival. L’attesa dunque è tutta per l’iguana e i suoi Stooges, ma prima tocca sorbirci l’ennesima moria - i soliti cinque-dico-cinque - dell’Electro Stage pomeridiano. Questa volta a farne le spese sono il poliedrico Jason Forrest e i Mouse On Mars; e se il primo ha disseminato groove d’ogni tipo con tanto di birra offerta ai pochi fortunati, la coppia teutonica si è presentata alquanto debilitata nelle intenzioni.

Sorprende in positivo, invece, il 24 Grana Francesco Di Bella alle prese con un songbook inaspettato parente del Nick Cave più salmodiante, mentre brividi per Robert Plant quando intona il refrain dell’immortale Whole Lotta Love in quell’Arena Flegrea che deve per forza cedere il passo agli Stooges sul palco Metropolitan.

Appare lui, Iggy, torso nudo e fascio di nervi pronto ad implodere. Quando il fido Ron Asheton trama la storica 1969, il Nostro comincia lo show: sale sugli amplificatori, invita il pubblico a raggiungerlo sul palco. Si dimena, schernisce qualche fumatore tra i presenti, gioca con il “famoso” inguine. Le rigetta una dietro l’altra: No Fun, I Wanna Be Your Dog, Dirt, sino al delirio, con tanto di Steve MacKay al sax, 1970/Fun House manco fossero i primi seventies.

La soddisfazione per l’evento mi porta all’uscio del Neapolis. Mentre mi avvio scorgo Santana inebriare la folla a suon di future suonerie per cellulari mentre in molti cominciano il pellegrinaggio dalle parti di Howie B. Da glissare senza rimpianti, così come il terzo e ultimo giorno, quello con Jovanotti, Mondo Marcio e Fabri Fibra.