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Live: Mudhoney - Circolo Degli Artisti, Roma (20 maggio 2006)

di Italo Rizzo

Si ha la sensazione di fare un viaggio nel tempo, la sera del concerto dei Mudhoney. Un viaggio a ritroso di soli quindici anni, ma sembra già un secolo: era il tempo di Seattle “capitale” del grunge, il tempo di band che ripescavano vecchi suoni per trarne linfa vitale, era il tempo dei Nirvana, dei Melvins e dei Mudhoney, per citare solo alcuni dei più rappresentativi.

I Mudhoney sono sempre stati il gruppo più incline al garage e al rock’n’roll, con frequenti sbandate nella psichedelia e nel rock acido dei ’60, eppure riescono ancora oggi a suonare freschi e monumentali, neanche fossero i primi a costruirsi una poetica sulla distorsione. Il concerto è una sorta di greatest hits, con tutti i brani giusti al momento giusto: si apre con Suck You Dry, tanto per chiarire le idee, si spara qualche cartuccia dall’ultimo – prescindibile – Under A Billion Suns (Where Is The Future, un pezzo dedicato a Bush), qualche puntata anche per il precedente Since We’ve Become Translucent, come Where The Flavor Is e Sonic Infusion, private dei fiati e degli altri effetti che negli ultimi due dischi hanno variegato il sound granitico della band.

In breve, è una versione rozza dei Mudhoney quella sul palco, la più vicina alle loro origini probabilmente. All’appello non mancano gli anthem che hanno fatto storia, da Touch Me I’m Sick a Here Comes Sickness, dalla semi-ballad If I Think a Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More, un’orgia di riff iperdistorti della premiata ditta Arm/Turner, con l’inconfondibile voce del primo che si staglia sopra il caos. Il pubblico, accorso in massa, gradisce e poga forsennatamente, è stata davvero la serata giusta per sfoggiare camicie di flanella e capelli lunghi (per chi se li può permettere). Un’ora e mezza in marcia verso ilfuzz, come titola un’ottima compilation del quartetto: ad una tumultuosa Into Your Shtik e ad una furente Hate The Police l’onere di chiudere.