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Live: Matt Elliott – British School, Roma (21 novembre 2006)

di Andrea Monaco

Ultimo appuntamento della rassegna Tracks a cura di Daniela Cascella, il live di Matt Elliott è l’evento che si presumerebbe più atteso, tenendo conto della diffusione e delle critiche positive che ha ricevuto il suo penultimo Drinking Songs. La sala di 120 posti in effetti è gremita, ma a parte qualche persona rimasta in piedi non c’è tutta quella folla che ci si aspettava. La curiosità ad ogni modo è tanta: per la prima volta a Roma si può sentire dal vivo l’ammaliante voce del cantautore inglese.

Nel concerto vengono presentati per lo più brani dall’ultimo Failing Songs, e fin dall’inizio è come ritrovarsi in un cafè-chantant, tanto Elliott ha assimilato francesità dalla sua nuova residenza. In bilico tra malinconia francese, un Leonard Cohen più abissale e un Tom Waits più gentile, Elliott ripropone alla perfezione le atmosfere del disco. Senza percussioni, violino, tromba e fisarmonica, ci si aspetterebbe una performance più piatta, invece canzoni come Our Weight In Oil e The Failing Song mantengono la loro precisa identità con quelle inconfondibili melodie d’altri tempi, complice anche l’anacronistico uso della chitarra come un padrinesco mandolino. Elliott canta quasi sempre con voce soffusa, quasi sussurrata, salvo poi esplodere, con l’aiuto di loop, in quei metafisici cori da taverna che sono il suo marchio di fabbrica, pietrificando il pubblico sbigottito per la dirompenza e l’impetuosità di questi intrecci vocali.

Purtroppo a metà concerto (che non dura comunque molto) ritornano i Third Eye Foundation delle origini ed Elliott, facendosi prendere la mano dall’elettronica, fino alla fine si lancia in un immotivato drum & bass, che spezza bruscamente con quanto suonato fino a poco prima. Non si riesce davvero a capire il perché di questo schizofrenico cambio di rotta, che in un altro contesto avrebbe senz’altro reso diversamente, mentre in questa situazione crea solo confusione e smarrimento.

Il Nostro comunque ritorna per un bis presentandoci una nuova canzone che ha provato pochissimo, e che difatti sbaglia in diversi punti, complice anche la bottiglia di Jack Daniel’s mezza vuota ai suoi piedi.

Una performance comunque che attesta la magia di questa voce, capace di unire le sponde dell’Atlantico e del cantautorato acustico con l’elettronica, e che lascia intravedere orizzonti interessanti per il nuovo cantautorato.