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Live: Kronos Quartet – Auditorium Parco della Musica, Roma (26 maggio 2006)

di Andrea Monaco

Più che dei musicisti, i quattro membri del Kronos Quartet danno l’impressione di essere degli artigiani. Dal loro approccio alla musica trapela una sapienza ed una maestria che trascende la mera padronanza tecnica dello strumento. La loro esperienza pluritrentennale si fa sentire tutta, e altrettanto evidenti sono i trascorsi nei generi musicali più disparati e le collaborazioni con artisti di tutto il mondo. La scaletta infatti vede affiancati indifferentemente artisti americani, indiani, nord-europei, tutti accomunati però da una concezione altra della musica. E proprio in una dimensione altra il pubblico verrà trasportato dal quartetto che, tra affiatate prove d’insieme e virtuosismi solisti al limite dell’onomatopea, produrrà ogni genere di suono e d’atmosfera.

Paradossalmente queste enormi potenzialità espressive, di cui ne beneficiano Vasks con una commovente esecuzione del suo Quartetto n.5 e i Sigur Ros (Flugufrelsarinn) scongelati da un insolito arrangiamento esotico, non riescono pienamente a decollare nei brani in cui delle basi elettroniche o archi preregistrati vengono aggiunti per completare il sound del gruppo. Ad esempio la suite dalla colonna sonora di Requiem For A Dream non risulta convincente e coinvolgente come nella versione originale, per via della poca compattezza e delle ritmiche elettroniche povere della giusta grinta.

Anche le versioni di Xploding Plastix (The Order Of Things) e Terry Riley (Venus Upstream) sembrano un po’ stanche, mentre come apice della serata si staglia nettamente Narayan dell’indiano Raga Mishra Bhairavi. In questo pezzo i due violinisti passano a strumenti tradizionali indiani, creando un drone su cui la viola emergerà con un assolo intensissimo, che fa rimanere a bocca aperta il pubblico per le sfumature quasi vocali che riesce a produrre.

Forse il punto debole del concerto è la scaletta presentata secondo un criterio “classico”, ovvero come una semplice raccolta di diversi pezzi separati (quasi cozzano ad esempio le parafrasi dei lieder di Mahler e i vari riarrangiamenti di pezzi elettronici), e non come un insieme unitario pensato per coinvolgere e guidare lo spettatore dall’inizio alla fine. Tuttavia, grazie a questa libertà d’azione, il Kronos Quartet ha lasciato il palco con un’incendiaria riproposizione dell’inno americano nella versione woodstockiana di Jimi Hendrix che ha lasciato sbigottito il pubblico, travolto da un vortice noise creato completamente in acustico!