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Lee Hazlewood - Cake Or Death (BPX1992, 4 dicembre 2006)

di Teresa Greco

Buffo come un titolo sarcastico (Cake or Death, preso in prestito dal comico inglese Eddie Izzard) riesca focalizzare il senso di un disco di commiato - come si dice nelle note di copertina - , l’ultimo del genio del pop Lee Hazlewood. Una carriera gloriosa di autore, arrangiatore, produttore e attore, il successo mondiale dovuto a un paio di hit regalate a Nancy SinatraThis Boots Are Made For Walking e Some Velvet Morning, una fama di culto resa palese negli ultimi decenni dall’ammirazione di decine di musicisti, dai Sonic Youth ai Lambchop, da Jarvis Cocker a Lydia Lunch, da Einsturzende Neubaten a Nick Cave e Beck, con cover, omaggi e ristampe del suo repertorio. La sua cifra stilistica era/è rappresentata da un pop orchestrale venato di country e soul, con senso spiccato per la melodia e arrangiamenti raffinati, caratteristiche che ritroviamo anche in quest’ultima fatica; registrato tra la Svezia (dove vive da anni), Los Angeles e Berlino, vede la collaborazione di numerosi musicisti (da Duane Eddy a Tommy Parsons, Bela B., Richard Bennett), ed esemplifica al meglio il senso di una gloriosa carriera.

Hazlewood infatti raccoglie nell’album quanto più possibile gli è consono; in ogni singola canzone c’è una struttura di base intorno a cui vengono sviluppati sottomotivi (talking, digressioni, field recordings, pezzi di altre song) che si intersecano l’uno nell’altro (con arrangiamenti che echeggiano a volte Van Dyke Parks e Nilsson), misti allo straordinario senso dell’umorismo sua caratteristica. Ecco che emerge la critica alla cultura americana e al senso di appartenenza (l’inno USA presente nel soul Anthem, dove nel ritornello afferma con orgoglio di “non aver mai votato repubblicano” mentre passa in rassegna le caratteristiche a stelle e strisce); dall’altro lato il suo “patriottismo”: mentre condanna la guerra, celebra nel contempo l’umanità dei soldati che la combattono (Baghdad Knights); la presa in giro della psicanalisi nello spassoso valzer-patchwork Fred Freud, immaginario fratello di Sigmund, che cura i pazienti con una terapia a base di musica (e qui citazioni da Bach, Mozart, Stravinsky, fino alla sarabanda finale con echi appena udibili di Star Wars!); le canzoni a due voci sua particolarità (che lo accomuna all’altro grande, il francese Gainsbourg), in The First Song Of The Day (un beat morriconiano - un omaggio? – con le voci di Bela D., leader della storica band new wave tedesca Die Artze e di Lula, anche nell’iniziale jazz di Nothing) e nel country- rock della ballad Please Come To Boston (una cover di Dave Loggins, in odore di Cash).

Proprio le cover, i rimaneggiamenti e le reprise sono uno dei leit-motiv del disco: l’auto-omaggio di These Boots, qui nella original version, Boots (Original Melody) in chiave jazz con Duane Eddy alla chitarra, e ancora echi morriconiani; il ripescaggio dal suo passato di It’s Nothing To Me, pezzo di Pat Paterson che, come spiega lo stesso Hazlewood, è reso “come il tema western di un film di Eastwood”: archi a profusione e da qui i Lambchop hanno preso a piene mani. E ancora cover: Some Velvet Morning, resa in una delicata quanto improbabile versione familiare con la nipotina, la piccolissima Phaedra, convinta che la canzone sia stata scritta per lei... E non manca il classico talking crooning-pop (T.O.M.) a chiudere il disco.

Il Nostro si diverte in questo excursus guidandoci alla ri-scoperta del suo universo. Consigliato anche a chi deve ancora farne la conoscenza.

(7.2/10)

  1. Nothing
  2. Baghdad Knights
  3. Please Come To Boston
  4. She’s Gonna Break Some Heart Tonight
  5. Sacrifice
  6. Fred Freud
  7. The First Song Of The Day
  8. It’s Nothing To Me
  9. Anthem
  10. White People Thing
  11. Boots (Original Melody)
  12. Some Velvet Morning
  13. T.O.M. (The Old Man)