
Buffo come un titolo sarcastico (Cake or Death, preso in prestito dal comico inglese Eddie Izzard) riesca focalizzare il senso di un disco di commiato - come si dice nelle note di copertina - , l’ultimo del genio del pop Lee Hazlewood. Una carriera gloriosa di autore, arrangiatore, produttore e attore, il successo mondiale dovuto a un paio di hit regalate a Nancy Sinatra – This Boots Are Made For Walking e Some Velvet Morning, una fama di culto resa palese negli ultimi decenni dall’ammirazione di decine di musicisti, dai Sonic Youth ai Lambchop, da Jarvis Cocker a Lydia Lunch, da Einsturzende Neubaten a Nick Cave e Beck, con cover, omaggi e ristampe del suo repertorio. La sua cifra stilistica era/è rappresentata da un pop orchestrale venato di country e soul, con senso spiccato per la melodia e arrangiamenti raffinati, caratteristiche che ritroviamo anche in quest’ultima fatica; registrato tra la Svezia (dove vive da anni), Los Angeles e Berlino, vede la collaborazione di numerosi musicisti (da Duane Eddy a Tommy Parsons, Bela B., Richard Bennett), ed esemplifica al meglio il senso di una gloriosa carriera.
Hazlewood infatti raccoglie nell’album quanto più possibile gli è consono; in ogni singola canzone c’è una struttura di base intorno a cui vengono sviluppati sottomotivi (talking, digressioni, field recordings, pezzi di altre song) che si intersecano l’uno nell’altro (con arrangiamenti che echeggiano a volte Van Dyke Parks e Nilsson), misti allo straordinario senso dell’umorismo sua caratteristica. Ecco che emerge la critica alla cultura americana e al senso di appartenenza (l’inno USA presente nel soul Anthem, dove nel ritornello afferma con orgoglio di “non aver mai votato repubblicano” mentre passa in rassegna le caratteristiche a stelle e strisce); dall’altro lato il suo “patriottismo”: mentre condanna la guerra, celebra nel contempo l’umanità dei soldati che la combattono (Baghdad Knights); la presa in giro della psicanalisi nello spassoso valzer-patchwork Fred Freud, immaginario fratello di Sigmund, che cura i pazienti con una terapia a base di musica (e qui citazioni da Bach, Mozart, Stravinsky, fino alla sarabanda finale con echi appena udibili di Star Wars!); le canzoni a due voci sua particolarità (che lo accomuna all’altro grande, il francese Gainsbourg), in The First Song Of The Day (un beat morriconiano - un omaggio? – con le voci di Bela D., leader della storica band new wave tedesca Die Artze e di Lula, anche nell’iniziale jazz di Nothing) e nel country- rock della ballad Please Come To Boston (una cover di Dave Loggins, in odore di Cash).
Proprio le cover, i rimaneggiamenti e le reprise sono uno dei leit-motiv del disco: l’auto-omaggio di These Boots, qui nella original version, Boots (Original Melody) in chiave jazz con Duane Eddy alla chitarra, e ancora echi morriconiani; il ripescaggio dal suo passato di It’s Nothing To Me, pezzo di Pat Paterson che, come spiega lo stesso Hazlewood, è reso “come il tema western di un film di Eastwood”: archi a profusione e da qui i Lambchop hanno preso a piene mani. E ancora cover: Some Velvet Morning, resa in una delicata quanto improbabile versione familiare con la nipotina, la piccolissima Phaedra, convinta che la canzone sia stata scritta per lei... E non manca il classico talking crooning-pop (T.O.M.) a chiudere il disco.
Il Nostro si diverte in questo excursus guidandoci alla ri-scoperta del suo universo. Consigliato anche a chi deve ancora farne la conoscenza.
(7.2/10)