
Lo scorso 4 ottobre 2005, alla Galeria Zé Dos Bois di Lisbona, Keith Fullerton Whitman decide di cimentarsi in un’avventurosa performance, basata sull’evoluzione dell’approccio strumentale usato in Playthroughs, dove le parti di chitarra venivano modificate geneticamente al laptop, attraverso l’applicazione di complessi algoritmi matematici. Il risultato è una visionaria pièce strumentale di 41 minuti, che affoga l’ascoltatore in un mare di suoni a cristalli liquidi.
Whitman assembla la filigrana sonora come un sapiente ingegnere del suono. Impasta al computer parti di chitarra trattate con quelli che lui definisce “home-made/boutique guitar pedals”, nastri riconvertiti, field recordings, professando tutto il suo amore per il metodo dell’Alvin Lucier di I am Sitting In A Room e catturando i suoni attraverso una rete di microfoni, ricevitori radio e piccoli speakers posizionati in diversi punti dell’ambiente.
La pièce di Lisbon parte quieta e flebile, con una serie di sottili pulsazioni digitali che piano piano si chiamano a raccolta e disegnano il tessuto di un drone rilassato. Dopo cinque minuti l’armonia comincia a muovere le acque con un andamento ondulatorio, che diventa via via più agitato. Il corpus strumentale si fa progressivamente più complesso articolandosi su più strati. Il tredicesimo minuto segna il primo vero turning point della composizione: i suoni si velocizzano e si sovrappone un disturbo in primo piano che si tramuta successivamente in distorsione.
Da qui in poi Whitman si allontana dai territori dell’ambient minimalista e si avvicina di più alle coordinate di una kosmische musik retorica ed epica, che domina il proscenio sonoro fino al secondo grande turning point, che cade intorno al ventottesimo minuto. La musica si fa fortemente improvvisata, cadenzata dai suoni scomposti catturati dall’ambiente e su cui si disegna lentamente un secondo suggestivo crescendo fino al gran finale.
L’ascolto di questo disco è un’esperienza avvincente e stimolante, la musica è d’avanguardia per il preciso scopo di andare oltre, cercando strade originali ed esponendo un’idea propria di bellezza. Lisbon è un oggetto strano (e perciò prezioso), che confina a nord con il minimalismo classico, a sud con l’elettronica glitch, a ovest con la musica cosmica e a est con l’improvvisazione elettroacustica. 2006: Odissea nel suono.
(7.5/10)