
Inserisco il nuovo Impractical Cockpit nel beneamato lettore per l’ennesima volta. Il lettore, non l’avevo mai notato, mi scrive “LOAD”. Che il simulacro della macchina si sia convinto dell’esistenza del Load-sound? In effetti, anche quest’opera degli oscuri da New Orleans mantiene caratteri definiti, tutti a convergere verso un’anti-ragione sociale discografica: piegare, torchiare il più disumanizzato degli animi, disumanizzandoci a nostra volta.
Vedasi la sbronza dissonante di No More Strobelight, placida inizialmente e poi disco-funk insistito da Liquid Liquid aciduli, o i free form freak-out che incorniciano la danza perversa di Furrowed Frow. Nel mezzo dell’album (Grails Golden Garden), poi, la questione diventa cruciale: c’è un valzer di stonature malsane, clangori metallici e oracolo devastato che frana in un buco atonale di timbri scurissimi e rarefatti, o la musique concrete di Latitude/Longitude, per ritornelli in coro e manipolazioni timbriche, colpi di timpano, rumoristica assortita.
La rimanenza non fa che accentuare la portata di disgregazione sonica. La rincorsa Don Caballero di Where the Nargas Blooom si fa sovreccitata fino a trovarsi nel bel mezzo di cori infernali, o Passion of a Cop, verso stecche terrifiche residentsiane. Soothing David, infine, approfondisce il suono secondo un trout mask rock non lontano da spigoli e puntellamenti Birthday Party, rullate fuori tempo, parlottamenti invasati, organi stonati.
Nonostante la sua contraddizione di fondo non risolta (l’avanguardia come imposizione o come conquista in divenire?) pullula di episodi debordanti, di sordida squisitezza, e ha un momento di poesia: il trombone placido di Money Tasker, tra lo struggente e il rimbecillito, che si aggira tra spazzature radioattive di chitarre cacofoniche. Inutile trovarci ascolti affini, nel 2006: anche con il nuovo Liars il lettore invoca “LOAD”.
(6.8/10)