
Quartetto napoletano all’esordio, gli El-ghor si presentano col piglio di chi vuol lasciare il segno. Ben prodotto da Paolo Messere dei Blessed Child Opera, Dada Danzé mette in fila dieci tracce in cui spigolosità wave, funk scabro, spurghi noise-psych e cantautorato inquieto si danno il cambio stemperandosi l’uno nell’altro.
Viene da pensare in primis ad una via mediana tra Marco Parente e Marlene Kuntz, soprattutto nell’iniziale Cane e nella scompaginata amarezza di Sipario: più o meno quella stessa teatralità febbrile, quella nevrastenia lirica che insegue poesia (da ascoltare bene in Nella resa il vanto e In segreto alla patria) ma con un’aderenza al presente, un’urgenza acre & mordace che i più celebri “modelli” hanno via via accantonato.
Poi però ti accorgi che è il caso di aprire il ventaglio referenziale, non fosse per l’utilizzo dell’idioma francese - in tre pezzi - che chiama in causa gente come Ulan Bator e Noir Desir, e per quell’atmosfera frastagliata di percussioni legnose, più ombre che luci, dove un malanimo agro impatta biechi bagliori funk (Danzè), dove incroci i passi di un Giorgio Canali tra i docks marsigliesi in trip d’espedienti elettronici vagamente dEUS (Sans Lumière). Ciò che non esclude soavità wave-pop à la Giardini Di Mirò, quella sorta di fiore sbocciato sul cadavere del post-rock, con tanto di glockenspiel, synth e pseudo-theremin (la malmostosa fragranza di Rugiada).
La musica degli El-ghor è insomma tesa, cupa, scorticata, ma anche generosa e sanguigna, riscattata qua e là da una vena dolceagra un po’ folle (si ascolti Sans Logique, con l’ebbrezza di flauti e piano tra i riverberi minacciosi).
Felicissimo di averli tra noi.
(7.0/10)