Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
cover image

Bert Jansch - The Black Swan (Sanctuary / Edel, ottobre 2006)

di Stefano Solventi

Ai cosiddetti passatisti - quelli cui i Pentangle suonano ancora come un sogno plausibile anzi auspicabile, tuffo onirico nel brodo del folk antico dai suggestivi rinculi psych - che lo dico a fare: appropriarsi di quest’ultima prova di Bert Jansch è un’opzione che sa di atto dovuto. Quanto ai loro dirimpettai modernisti, per i quali il folk è la cartolina ingiallita che ha ormai esaurito tutti gli indirizzi, con loro neanche ci provo. Non sarebbe opportuno né fruttuoso.

È a tutti gli altri che mi rivolgo, a quelli con un orecchio sempre apparecchiato per qualcosa - qualunque cosa - capace di mettersi in mezzo tra l’usura emotiva quotidiana e le lecite esigenze dell’anima. A quelli che sono disposti perfino a scordare quanto Mr. Jansch sia stato importante nel definire gli statements di un genere cui hanno guardato e continuano a guardare intere generazioni di passionisti folk.

Perché alla fine ciò che conta della persistenza è la sua esperienza ora e qui.
In questo caso, l’ora e qui si chiama The Black Swan, un disco profondo e garbato, una spirale trepida di umori western e brume provenzali (High Days, Magdalina’s Dance), esercizi di trepidazione ombrosa (l’intimità springsteeniana di Old Triangle) e devozione speziata (le palpitazioni quasi Roy Harper di Woman Like You), un’incessante ipotesi di passato annidato nel futuro, di tradizione perennemente in bilico sulla contemporaneità. C’entrano senz’altro i contributi di Beth Orton (che canta bene come non mai, basti sentire quanta carne e polvere regali alla coccolosa Watch The Stars) e Devendra Banhart tra gli altri, sorta di genietti che scortano il vecchio Bert sulla breccia dell’alternativo-in-voga. Ma se una Katie Cruel o la title track scomodano apnee emotive che non fai fatica - giuro! - ad immaginarti in versione radioheddiana, è di sicuro merito di una scrittura che fa perno con decisione sul presente. Che non fa sconti cioè alla modernità, ma anche - graziaddio - senza elargirle gratuite concessioni.

È il vecchio Bert insomma, la chitarra cristallina e legnosa assieme, il canto che intaglia melodie d’altroquando. Ma il suo scranno è qui, sul nostro stesso nastro trasportatore.

(7.1/10)

  1. Black Swan
  2. High Days
  3. When The Sun Comes Up - Jansch, Bert & Beth Orton
  4. Katie Cruel - Jansch, Bert & Beth Orton/Devendra Banhart
  5. My Pocket's Empty
  6. Watch The Stars - Jansch, Bert & Beth Orton
  7. Woman Like You
  8. Old Triangle
  9. Bring Your Religion
  10. Texas Cowboy Blues
  11. Magdalina's Dance
  12. Hey Pretty Girl