Trema un po’ la penna a scriverlo: The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast è l’album più compiuto della carriera dei Matmos. La reinvenzione del sound chimico-meccanico delle origini. La quadratura del cerchio.
Joel Gibb e compagni compiono il tour definitivo nel loro giardino di marzapane, riuscendo nell’impresa di stupire ripetendosi, grazie alla forza d’animo e alla freschezza.
Nuovo disco per Xela, tra rumori d'ambiente, mareggiate digitali, screziature acustiche e citazioni horror. Il padrone di casa Type torna con un piccolo White Album ad uso e consumo della generazione drone folk.
A undici anni da Tilt, Scott Walker ritorna con un’opera assolutamente contemporanea, che verte sulla tragicità della condizione umana nutrendosi della fascinazione, sottile e profonda al tempo stesso, del dolore.
Il fascino di un mantello glacialmente avvincente. Trame minimali e ripetitive, tra clangori pansonici e rumorismo. Una tensione sorprendente che scavalca ogni rischio di noia, per una grande produzione indie nostrana.
Caroleen è avant punk nudo e crudo. Babylonian Warehouses, un reliquario Joy Division. Texas Overture è blues-rock in bitume radioattivo... Se i Pere Ubu reinterpretano la new wave, sono tutto meno che datati.
Il secondo disco di Sitek e soci ripaga di una lunga attesa e aggiorna, migliorandolo, il loro standard post moderno, fregiandosi di ospiti illustri come David Bowie.
Trasformatosi in eclettico à la Waits coniugato Beck, Vert aggiunge un prezioso capitolo all'electroshifting con un album stilisticamente ricercato, ma al contempo capace d’intrattenere semplicemente come una raccolta pop.
Un album - quasi una pièce - che vive tanto dei singoli episodi, quanto del loro scorrere continuo in un flusso ultra-psichedelico di suoni, trovate, invenzioni, in un calderone schizofrenico di stili: questo è Bitter Tea dei Fiery Furnaces.
Catalizzatrice di talenti disparati, duttile musa di una folktronica
tropicale misteriosamente avant, bagnata di bossa e jazz istintivo, con il
secondo album, Cibelle dimostra d'essere cresciuta e in crescita.
Voce di bambola in una bolla di vetro. L’arpa come uno stillicidio di particelle elementari, misteriose, dimenticate. La tradizione che collassa nella modernità, producendo avanguardia pop.
Le sue chitarre migliori e le sue parole più dolci. La doppia Christina del 2006 è probabilmente irripetibile.
Dopo Osci e l'EP I'm Here, l ’elettronica umanistica del musicista pugliese doveva fare i conti, in uno svincolo cruciale, con la figura e l’uomo Alan Lomax. Ecco l'incontro/scontro con l'etnomusicologo americano.
Un oggetto strano (e perciò prezioso), che confina a nord con il minimalismo classico, a sud con l’elettronica glitch, a ovest con la musica cosmica e a est con l’improvvisazione elettroacustica. 2006: Odissea nel suono.
L'ultimo episodio della serie American Recordings è anche il più intimo e sentito, a un solo passo dalla fine. Il grande addio dell'Uomo in nero.
Pop psichedelico che sa quasi di math rock, tappeti geometrici di sezioni strumentali analogiche, girotondi infantili e voci in coro. Martsch e soci ritornano dopo cinque anni con un quinto lavoro che profuma già di disco dell'anno.
Tra inediti e rarità divise per tematiche, Orphans esemplifica quel senso di sottile vertigine che coglie l’ascoltatore a ogni nuovo parto del musicista californiano, mentre ci si chiede a quale delle sue versioni ci è dato di assistere di volta in volta.
A sei anni dall'ultimo disco, David Tibet ritorna circondato da una folta schiera di collaboratori con un'opera che riporta dalle parti di Thunder Perfect Mind e All The Pretty Little Horses. L'apocalisse umana in una perfetta maturità artistica.
Un esordio che ammalia dicendo tutto il noto con il giusto ignoto, capace di giocare in economia ottenendo il massimo risultato emotivo. Nathan Fake, l'alterità aliena di Norfolk.
L’esordio di questo power trio inaugura un inedito filone chitarristico all’interno della Leaf, con un free rock robusto e coriaceo, tra no wave, dissonanze Dischord, echi beefheartiani e psych.
Sono su Gold Standard Labs e parlano con cognizione di causa il vecchio idioma prog. Lontani dalle contaminazioni hard-core dei compagni di scuderia, Mars Volta, i Crime In Choir riconciliano con la tradizione degli Hawkwind e dei Gong.
Quello che dovrebbe essere il disco di commiato dell'ultimo genio del pop si rivela un'autocelebrazione di lusso, ironica e beffarda soltanto come Mr. Hazlewood sa essere.
L'ultima - e ancora una volta valida - uscita Type 2006 è a firma di una delle metà dei Deaf Center, tra doom folk, ambient scura e un campionario concreto di suoni legnosi e metallici.
Colpisce il gusto nero con cui l’elettronica bianca diventa di nuovo cioccolato fondente (e sexy), stupisce che la granella dei pixel si veda ancora senza imbarazzi eppure sia così soffice. Zucchero filato. Molto più che lounge music.
Questo esordio sulla lunga distanza della band di Baltimora aggiorna le emozioni dello slowcore, innervandone le strutture di rimandi psichedelici vicini per alcuni aspetti ai sogni senza tempo del dream pop.
Tra i soffici tremori e le fragili allegrie di un dopoguerra neanche troppo immaginario, Ward torna a incantare e commuovere con un retrogusto di resa.
Il ritorno dei coniugi Katrina Ford e Sean Antanaitis per un nuovo progetto su 4AD, Celebration. Un vorticoso tour de force che puzza di no wave, funk, acid rock e follia continuamente sul punto di esplodere.
Terra, sangue, radici, stomaco e cuore. The Drones tornano alle origini, cantando tra folk e Murder Ballads i loro luoghi e le storie di chi vi ha vissuto.
Il nuovo Ekkehard Ehlers: blues ed elettronico, esotico, tribale e maledettamente jazz... quando il cerebrale si fa carnale.
Sinfonie apocalittiche per un’architettura quasi immateriale. E poi microdub, nubi metafisiche, dimensioni altre... Cinque brani per un artista al massimo delle proprie potenzialità.
Nel ripresentare gli elementi del precedente First Narrows, il nuovo album di Scott Morgan procede per microvariazioni verso un risultato affascinante, un magma tra classico stile Kranky e Eno.
Saltare con entrambi i piedi nel territorio della canzone americana è una mossa assai rischiosa, specialmente se si gioca fuori casa. La scommessa - vinta - dei Franklin Delano.
Cosa succede se si mettono insieme tre musicisti provenienti da apprezzate band canadesi - Destroyer, Wolf Parade, Sunset Rubdown - e la Jagjaguwar? Proprio quello che ci si aspetta dalla somma delle parti. E anche qualcos’altro.
Tra sostanziali conferme, il primo album a nome del leader dei Radiohead porta su un piano più sopportabile e umano le aspettative intorno al gruppo di Oxford, con il naturale conforto che solo la dimensione solista può dare.
Una femminilità struggente e lunatica, una voce che staziona a metà strada tra Laura Nyro e Carole King. Cocciutamente demodé al punto da calcare una vivida post-modernità, Frida Hyvönen è un altro nome da segnare sul taccuino.
A distanza di ben tre anni dal precedente Twinkle Echo, Casiotone For The Painfully Alone ritorna maturato e circondato di amici con il lavoro più adulto e prodotto della sua carriera.
Cosa c’è oltre il rumore bianco? Dove si può arrivare dopo aver superato la soglia del dolore dell’udito umano? Quello dei Wolf Eyes è un paesaggio sonoro spaventoso sì, ma anche tanto affascinante.
C’è una sensazione precisa che accompagna l’ascolto delle dieci canzoni di questo lavoro: sembra di trovarsi di fronte ad un disco che potrebbe seguire la sorte degli Arcade Fire.
Per il successore di Voodooluba, la cantante tedesco-venezuelana si mette a nudo e per la prima volta fa risaltare la sua voce, unendola a un’intelligenza musicale sopra le righe e svincolata dalle etichette.
Smoking da gran sera per Mr. Matthew Herbert, che accompagna l'orchestra in disco. Quando la musica concettuale incontra l'immediatezza del pop.
Smessi i panni di incantevole voce della folk-tronica inglese anni Novanta, Beth Orton lascia a casa Orbit, Chemical Brothers e l'elettronica, per riscoprire il folk, suo primo amore, insieme ad un "illustre sconosciuto", Jim O'Rourke.
Quando c’è da creare fenomeni, i media inglesi non si tirano certo indietro. Nel caso degli esordienti guiLLeMoTs, viene quasi voglia di dar loro ragione...
Soul bianco e country vellutato, una miscela che profuma d’esotico, pop elegantemente classico per un disco di gran classe in odore dei Giant Sand che furono.
Vaudeville, lounge-pop, brass music, funk-soul e due memorabili cavalcate incendiarie. Con rara ispirazione e schizofrenico coinvolgimento, la band di Hoboken sforna uno dei capitoli più vari e ambiziosi della propria saga. Ed è uno strike.
Onesto e sincero artigiano della canzone o prossima stella del firmamento nu folk? Aldilà delle aspettative, il secondo album di Adem mette le cose in chiaro, aprendo luminose speranze per il futuro...
Decibels For Dummies, ovvero la rivendicazione di un italian style internazionale ed europeo, come nei ’60 di Sergio Leone e Michelangelo Antonioni, di Piero Piccioni e Piero Umiliani. Quando il made in Italy ridisegna l’optical e l’art nouveau.
Mark e Isobel si prendono per mano, invitandosi l’un l’altro a fare quattro passi nell’altrui ossessione. Una sintesi strana, malferma, carica tuttavia di fascino scuro.
Da Psychedelphia il sensazionale debutto di questo combo di freaks, tra Need New Body, Fiery Furnaces, prog inglese e lisergia losangelina.
Cinque pezzi registrati live per una quarantina di minuti: tanto basta a questo giovane chitarrista di Leeds per mettersi in luce. Folk-blues, mantra ipnotici, la malinconia, l’amore e un lungo, interminabile canto di dolore.
L’esordio del tastierista Stefano Panunzi è un crogiuolo di esperienze che vanno dall’ambient alla fusion, dallo space rock alla forma canzone. Un centro per la Res, etichetta nostrana tutta da scoprire.