
Due band così potevano uscire fuori solo dalla Grande Mela, da quell’amalgama caotico in cui le più disparate tendenze artistiche sembrano trovare facilmente uno sbocco e un’audience, indipendentemente da quanto strana e fuori dall’ordinario sia la proposta. No Neck Blues Band e Double Leopards vengono dal “wild side” della scena newyorkese, ovvero il lato più sperimentale e senza compromessi, il punto più lontano nelle diverse forme che il rock assume oggi.
La No Neck Blues Band arriva da Harlem ed è un vero e proprio oggetto di culto, nella misura in cui la mitologia sulla band è direttamente proporzionale al seguito fanatico dei seguaci. Pochissime le informazioni sui suoi componenti. Si tratta di una vera e propria comune, un collettivo di personalità non meglio identificate, che fa musica in maniera più o meno professionale, dal 1992. Qvaris è il loro White Album. Disco a larga diffusione e rifinito in ogni dettaglio che segna il pieno ingresso della formazione nel novero dei comuni mortali, quelli che cercano di produrre e diffondere al meglio la musica che suonano. A farsi carico dell’impresa la meritoria 5rue Christine, per un lavoro che rifinisce maggiormente la formula di Sticks And Stones May Break My Bones But Words Will Never Hurt Me (ospitato nel catalogo della Revenant di John Fahey). L’intro di The Doon ha addirittura un vago sapore post rock, con quell’arpeggio pensoso e carico di presagi, che sembra uscire dai For Carnation. La successiva Live Your Myth in Grease tende sensibilmente verso la loro forma classica, un misto di improvvisazione, ritmica tribale, canti pellerossa, ipnosi kraut, estasi psichedelica e umori blues. Con Boreal Gluts sembra di ascoltare dei Faust primitivi e yankee. Qvaris è i l miglior lavoro che la band potesse fare oggi. (8.0/10)
Il discorso sui Double Leopards è in parte simile, ma ci sono alcune sensibili diversità. Provenienti da Brooklyn, i quattro (Mike Bernstein, Maya Miller, Chris Gray, e Marcia Bassett) sono, insieme ai Wolf Eyes, la punta di diamante della nuova scena noise newyorkese, quella che periodicamente si riunisce in occasione del No Fun Fest. Autrice del logo, anzi dell’immagine coordinata del festival, è la talentuosa Maya Miller, artista visionaria, principale responsabile degli elaborati artworks dei Double Leopards. I riferimenti pittorici non traggano in inganno, giacché la musica in questione è un allucinato e delirante soundscape, a cui i quattro si dedicano con il piglio e la dedizione dell’action painting di Pollock, ciascuno piegato su se stesso e sugli effetti, come se si stesse compiendo un rito pagano. Dopo essere diventati un caso nell’underground newyorkese con il monolitico Halve Mean del 2003, i quattro hanno continuato nella loro incessante produzione discografica, arrivando fino a questo A Hole Is True, che è largamente il loro lavoro più accessibile.
L’apertura è da brividi con il collasso di frequenze di Inmost Light. Ambient noise improvvisata dall’umore nerissimo, per otto minuti di dispersione sonora in cui Swans, Throbbing Gristle, Penderecki e Ligeti vengono frullati vorticosamente in un fetido etere post-industriale. Chemical Wedding è un algido paesaggio uterino, mentre in White Cadillacs le parti vocali vengono deturpate talmente tanto da diventare semplici rantoli nel limbo del feedback sonoro. Facendo i dovuti distinguo si può dire che i Double Leopards stiano continuando il discorso interrotto dai Sonic Youth all’altezza di Bad Moon Rising, ma essendo molto più vicini all’avanguardia, virano ancora di più verso il delirio e l’ottundimento dei sensi. (7.8/10)