Il contratto di Mr Scruff (al secolo Andrew Carthy, nativo di Manchester, ndr) con la Ninja Tune inizia con Keep It Unreal (1999), e prosegue secondo cadenza regolare con Trouser Jazz (2001) e Keep It Solid Steel (2003). Accertata la potenzialità mainstream del nostro (basti in questo Get A Move On, il singolo utilizzato in ben due campagne pubblicitarie), arriva la legittimazione. E’ storia recente: la Ninja Tune si occupa di ristampare l’ancora miconosciuto album d’esordio (originariamente su Pleasure, 1997), allo scopo di rafforzare il sodalizio professionale in auge.
Si tratta, invero, di un’operazione mirata. L’ascolto del disco mette in luce le radici stilistiche di Carthy, ben piantate in un funky-breaks di derivazione ambientale. Si prendano brani come Sea Mammal (un catalogo breakbeat di staffette sonore con ampie distorsioni e aperture Detroit-iane Silent Phase), o come Bonce (battiti metallici para-industriali con dissertazioni immaginifiche delle tastiere) per capacitarsi delle potenzialità a disposizione di questo menestrello electro. O ancora nello scaltro tema di quena di Chicken In A Box, con nuove tastiere ampie e notturne, nei bassi scurissimi Roni Size dell’elegante club-music di Night Time, o nelle volute electro Amon Tobin-iane di Jazz Potato, Mr Scruff dimostra ingegno e caparbietà compositiva.
Purtroppo il livello dell’ascolto s’inabissa per mezzo di brani imbottiti di ingenuità. A parte la suggestiva soundscape ambient hip-hop su base ritmica rocciosa di Crisps, ci si imbatte spesso in composizioni che riciclano all’infinito idee affatto entusiasmanti. In Wail, il balletto downtempo che chiude il disco, non si fatica a sentire un pizzico dell’ultimo Del Naja, con tutti i problemi che ne conseguono (pesantezza nelle atmosfere oscure, scarsa presa sonora, frammentari eventi sonori environmental, etc). In Bobby’s Jazz Pony si fa largo un acid-jazz stereofonico velato d’inquietudine forzosa e insistita, senza elaborazioni significative, mentre Limbic Funk propone uno sciacquio di cellule sonore con scatto ritmico El-P, che sconfina in un soprassedibile puzzle di timbri. Tubby Mechanical Friend rimane sul battito sornione esposto all’attacco del pezzo, con percussioni, sampler e note sparse di piano.
L’operazione discografica in quanto tale non si discute. Guardando il contenuto effettivo appare un disco verboso, oscillante tra poli (ballabilità Vs. fascinazione sonora) troppo contigui perché siano resi opposti, ma pure con attori e parti attoriali definite e rifinite, realiste. Spicca l’incubo sonoro di Bass Baby, forte di temi arabeggianti e di turntablism frenetici, mischiati alle onde malefiche dell’intro. Centinaia di dischi breakbeat ammaliano o divertono, questo mette angoscia. Non è poco. Sottotitolo della prima uscita: Sea Mammal.
(6.4/10)