
The Complexity Of Lucy è l'opera prima di due bizzarri ed eclettici personaggi provenienti da esperienze di recitazione. Vincent Boule e Brian Diple hanno composto e registrato queste stravaganti 13 tracce in una soffitta durante le pause tra uno spettacolo e l'altro presso la Berlin State Theatre, senza badare eccessivamente a una coerenza di fondo o a un'idea precisa ("We don't Make Sense" declamano in Senseless). Gli episodi si destreggiano tra vezzi cameristici, elettronica cheap, spruzzate d'avant-spettacolo e più in generale uno spirito obliquo, sui generis, mai troppo complicato o scontato che può contare sia su una certa spettralità eclettica che di un certo cantato-recitato.
Gli arrangiamenti spaziano sufficientemente conferendo autonomia a ciascuno degli episodi ma, in generale, quel che sembra prevalere è simpatico mood da osservo la luna dalla finestrella sul tetto in soffitta attorniato da bizzarre cianfrusaglie abbandonate da spettacoli mai realizzati. Ferma restando una certa stralunatezza di fondo, troviamo situazioni elettro-cameristiche (una To A Girl per scrosci di pioggia, pianoforte, sax e synth atmosferico) e synth pop costantemente soggette al rimescolamento delle carte in gioco. Nelle tracce migliori si respirano i deliqui di Tuxedomoon (Newton, Last Walk) e Residents (Enter, Fields Of D.), le filastrocche psych-jazz à la Beta Band (in Minus One); sintetici sketch à la Freddie Krueger (Tadpole) e tenere poesiole per sonnolenti archi rubati alla Penguin Café (in A-Rose), oppure ballate infantili in falsetto (Happy Nerd) e scioglilingua (Banana Man).
Se non c'è nulla di veramente geniale, l'ascolto naviga piuttosto bene sul filo dello scherzo-vezzo, cool quanto basta per i feticisti del synth-pop noir e del vocalizzo nonsense. Un acquisto di genere che farà faville per alcuni e dirà poco (o nulla) ad altri; una performance dei nostri potrebbe chiarire le perplessità (si vedano in proposito i video sul loro sito ufficiale). (6.5/10)