
Francesco Cusa, siciliano di Catania, è la mente che sta dietro al progetto Improvvisatore Involontario: una combinazione di artisti in maggioranza provenienti dagli ambienti jazzistici che, nella ricerca di nuove forme, puntano tutto sull’interdisciplinarietà. Un termine che dà l’idea di accademismo, ma che nella pratica si trasforma in un interessante (anche se un po’ ortodosso) approccio al jazz e al rock.
Laureato al D.A.M.S. di Bologna, Francesco si forma professionalmente come musicista in questa città. Proprio qui entra in contatto con musicisti del calibro di Mirko Sabatini e Cristina Cavalloni, per poi entrare a far parte del collettivo Bassesfere, con cui partecipa al festival Angelica. E’ in quel periodo, una decina d’anni fa, che Cusa comincia a girare l’Europa, suonando con Paolo Fresu, Steve Lacy e Elliot Sharp.
Questo suo exploit in campo jazzistico non gli preclude il rapporto con il mondo del rock, al quale pure si era sentito legato: dagli Zu a Roy Paci , sono svariate le escursioni del batterista quarantenne in questo ambito.
Ma Cusa non si limita a suonare. Molto attento alla letteratura e al teatro (partecipa, tra l’altro, al collettivo letterario Wu Ming) sembra perseguire l’ideale ambizioso della correlazione delle varie espressioni artistiche all’interno della modalità performativa dell’improvvisazione.
Il quintetto Skrunch (oltre a Cusa, autore e batterista: Carlo Natoli alla chitarra baritono, Paolo Sorge alla chitarra elettrica, Tony Cattano al trombone e Gaetano Santoro al sax tenore) di cui è a capo si muove proprio in questa direzione, unendo la recitazione alla musica.
Difficilissimo dare un senso a un lavoro dal titolo Psicopatologia di un serial killer “ispirato liberamente a Il Giovane Holden di Salinger e agli scritti autobiografici di Frank Zappa”, se non attraverso il filtro di un sarcasmo totale e totalizzante. Alle voci di quattro attori (tra cui Saku Ran, famoso attore nipponico proveniente dall’esperienza del teatro No) spetta il compito di esprimere a parole la psicologia del killer attraverso brevi testi recitati, alla musica quello di commentare le parole o creare immagini autonome. Purtroppo non sempre la musica riesce a sublimare il sarcasmo e la grande fantasia creativa delle premesse. La schizofrenia del presunto killer si traduce in un jazz che non rifiuta quasi mai l’organizzazione, che poche volte sfocia nella libertà assoluta o nell’inatteso sorprendente, incanalandosi spesso e volentieri in un jazz-rock a metà tra Bitches Brew di Davis e i primi Soft Machine (Nonsense, Dr. Akagi): riff minimali e assolutamente rockettari introducono fiumi di assolo che superano anche i 15 minuti. E’ in Where’s S. Kubrik che meglio si compie la tensione espressiva di questo disco, con un riff roccioso alla chitarra elettrica e una digressione centrale ai limiti della psichedelia. (7.0/10)

Nella seconda uscita della neonata etichetta-progetto (distribuita in Italia dalla Wide), Cusa toglie i panni del leader per accompagnare il sassofonista Gianni Gebbia in trio insieme a Vincenzo Vasi (basso elettrico, voce e theremin).
Switters è il nome del personaggio principale di un recente libro di Tom Robbins: un agente della Cia che ha preso una direzione totalmente autonoma rispetto alla sua missione. Ancora una volta una forte ironia di fondo al limite del surrealismo pone le premesse a un disco molto bello, anche se, anche in questo caso, un po’ ortodosso.
Anche Gebbia è molto noto nei circoli jazzistici italiani (bolognesi in particolare). Lo ricordo per una stupenda performance insieme al batterista Lukas Ligeti (che qui mi viene in mente ascoltando le suggestive sfumature di Langley) durante la scorsa edizione di Angelica. Sassofonista di gran classe, non si abbandona mai al semplice rumorismo o agli estremismi zorniani ricercando in maniera quasi neoclassica un fraseggio molto vicino al largo respiro di Coltrane, senza però risultare antiquato.
Questo disco sembra un vero e proprio omaggio al sassofonista americano, ma forse è proprio questo il rammarico. 17 brevi pezzi che esaltano il suono morbido, arioso e modale del sax di Gebbia, scorrono veloci in un disco che non si discosta quasi mai dai canoni del jazz classico.
L’apporto degli altri due musicisti è importante ma mai determinante nel rapporto con il sax, che prevale praticamente sempre; si fanno comunque notare le fantasie di Cusa e la potenza imponente e sicura del basso di Vasi.
Fa un po’ rabbia dover limitare il proprio giudizio su uno dei più interessanti jazzisti italiani solo perché non ha osato di più. Ma a conti fatti Gebbia suona benissimo e il suo stile è ben riconoscibile (Serov, Mustang Sally Blues), il trio dà l’impressione di essere molto affiatato, ma non fa venire i brividi. Da premio, comunque, la conclusiva Ballata delle multinazionali (andamento sornione e basso funkeggiante) e Salvatore Pagano, uno dei brani in cui meglio viene fuori lo stile più originale ed espressivo di Gebbia, fatto di piccoli sussulti che si trasformano progressivamente in bellissimi fraseggi. (7.0/10)