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Echo & The Bunnymen – Siberia (Cooking Vinyl / Edel, settembre 2005)

Edoardo Bridda vs Filippo Bordignon
Grande attesa per il ritorno degli Echo & The Bunnymen. Ma il nuovo album pare aver creato giudizi discordanti: al centro della disputa l’asse melodico psichedelico/esistenziale, divenuto ormai il loro marchio di fabbrica. Una rinnovata vitalità, costruita su una ventennale esperienza, che riesce a fare piazza pulita di altri illustri coetanei? Oppure sterile e stanco esercizio di stile, padre di un pop malinconico che ha dato i natali a ben più felici epigoni? Due recensioni a confronto per la nuova fatica di Ian McCulloch e soci. A voi la scelta di campo.
Foto: Mathieu Boogaerts

Con la benedizione delle recenti performance, McCulloch e Sergeant (gli unici membri del quintetto originario Echo & The Bunnymen) erano attesi alla prova discografica come non accadeva da anni. Fan vecchi e nuovi, ringalluzziti nell’animo, gustavano l’inquieto sapore dell’attesa di un piccolo grande evento, come ai bei vecchi tempi.

E non c’è di che stupirsi: la strasmagliante forma di Ian e la maestria leggiadra di Will, sia al Primavera Sound che a Frequenze Disturbate, erano più che delle garanzie, come pure emozionanti erano state le scelte del live con tutti gli episodi migliori della band in gran lustro.

Leggeri e maturi, prosaici e posati, giovani e freschi più dei giovani, ricchi come sono sempre stati di venature doorsiane, velvettiane e più in generale di quel rock scuro, integerrimo e autocompiaciuto, i Bunnymen esistenziali, uggiosi e metropolitani erano tornati tra noi, e con un album nuovo di zecca che gli stessi garantivano essere “essenziale”.

Trascorsi e digeriti i sermoni decantati degli inizi, le cadute di tono di fine Ottanta, otto anni da Evergreen e tre da Flowers, ecco quindi un Siberia alla ricerca di coccodrilli e paradisi perduti.

E la premessa è d’obbligo: la voce di McCulloch, più pacata e rigorosa, e il fraseggio di Sergeant, apparentemente invisibile eppure puntualissimo e sempre appropriato, costituiscono un asse armonico noto e arcinoto ma tutt’ora invidiabile: All Because Of Your Days e Everything Kills You (praticamente la nuova Nothing Lasts Forever di Evergreen del ‘97), eseguite dal vivo con grande consenso di pubblico a Urbino la scorsa estate, sono l'esempio di un modello melodico, piaccia o meno, che si pone tra romantica ingenuità e nostalgica riesumazione, impeccabile rilascio e carezzevole psichedelia. L'essenza di Echo, in altre parole.

Azzeccatissima come non se ne sentivano da tempi immemori, la title track - pure singolo - Stormy Weather , che promette e mantiene la scommessa del pop malinconico che predica.

Che in tanta dedizione si scorga continuamente il paragone con il mito, gli Ottanta, l'epico trasporto che fu il trampolino di lancio dei più populisti U2 dal ciuffo a zazzera, è una questione più squisitamente sociologica che musicale: Siberia non è miracoloso - Parthenon Drive e Of A Life non sono eclatanti, nella finale What If We Are? o si accetta Ian fino in fondo o la si odia, Make Us Blind è un bubblegum ruffiano -, ma il suo logorio d’amore e le palpitazioni rockadeliche regalano una dose bilanciata di freschezza e grande esperienza, e questo è sufficiente. Della cricca di coetanei, amici non più amici, rivali, umanamente trovo molto più accettabili gli inguaribili difetti di un McCulloch che la prosopopea di un Julian Cope o la finta modestia di un Bono Vox. (6.8/10)

di Edoardo Bridda

Ian McCulloch che trascina per una città diroccata il chitarrista Will Sergeant degli Echo ‘storici’. Questo è Siberia: un viaggio ovattato che, se non altro, preserva i due dai ciottoli più taglienti, presi come sono a ripescare dal passato, alla ricerca di un lembo di Crocodiles, di un soffio di Heaven Up Here. Rivendicava per questo nuovo progetto un’immediatezza in fase di composizione e arrangiamento, il caro Ian, immediatezza che svaporò dopo Ocean Rain, dietro soluzioni orchestrali talvolta assai tronfie. Qualcosa di simile agli XTC quando finiscono per lasciarsi prendere la mano dall’ombra dei Beatles. Si dica: con questo Siberia i nostri sottolineano, per chi non se ne fosse accorto, di essere padri indiscussi dell’esistenzialismo da top-ten di Coldplay e affini.

Come al solito la carta ‘singolo’ è giocata con precisione: Stormy Weather promette ancora una volta un pop malinconico e magari qualcosa in più (così come Nothing Lasts Forever in Evergreen nel ‘97), rivelando però, dietro l’angolo, un album assai modesto. Parthenon Drive punta su una reminescenza di toni psichedelici pronto-cassa. La chitarra di In The Margins ricorda il violino di Warren Ellis nella dolente Time Jeum Transeuntum Et Non Riverentum di Nick Cave, a tal punto che si capitombola in un paragone nel quale gli Echo perdono la ‘mano’. Ascoltando Everything Kills You viene da non crederci, preferendo magari la più comunicativa The Drugs Don’t Work di quella meteora che furono i Verve. Visti i tanti travagli subiti dal gruppo di Liverpool in più di 25 anni di carriera, non stupisce ascoltare una voce ormai incapace di suonare diversa dal pur piacevole belato, creando quel timbro che in molti abbiamo amato. Purtroppo, brani potenzialmente esplosivi come Scissors In the Sand non decollano come vorremmo e le pulsioni semi-oscure di Of A Life non ti spingono a volerne ancora. La titletrack scorre come un bicchiere d’acqua, ma non lascia il segno e gli altri pezzi non menzionati sono niente più che esercizi di buon ‘mestiere’, di padronanza del vocabolario pop. A chiudere fiaccamente la faccenda la ballata per piano e occhi lucidi What If We Are?, che nasce certamente dalle più sincere intenzioni, ma si smarrisce in un universo ormai trasbordante di pezzi generati dalle variazioni di Let It Be e nei quali la parola ‘love’ è abusata fino a quando non si ammoscia su sé stessa. Fino a quando non significa più un granché. Per quanto ci si ostini a rispolverarla. (5.0/10)

di Filippo Bordignon