
Drekka, ovvero Michael Anderson, ovvero BlueSanct, ovvero un'ondata indipendente di folk delirante, suoni lo-fi sperimentali, dilatazioni pop rumorose ed acide.
Anderson è al secondo album (il primo, Take Care To Fall è datato 2002), ma i materiali che compongono questo stimolante Extractioning provengono da due raccolte antecedenti ( Extractioning e Hermitage Two) caratterizzate dalla stessa destrutturazione della forma canzone e dalle stesse atmosfere avvolgenti, sconnesse e ricercate.
Stiamo parlando dunque non di una raccolta, ma di una raccolta di raccolte. Gioco di parole utile ad inquadrare la fisiologica mancanza di organicità tra i tredici episodi messi sapientemente in piedi dal nostro Drekka. La tracklist saltella da un ritmo all'altro, dalla mancanza di ritmo a eteree visioni acustiche, fino ad escursioni noise condite da intrecci di voci confuse, estranee, sghembe ed infantili (Possibilities).
Il disco, che si apre didascalico con il pezzo omonimo - suoni di macchina per scrivere, uno sfondo rumoroso ma bilanciato alle rarefatte note di chitarra - ben presto però cambia rotta, verso il minuto e mezzo senza senso ed armonia di Love Without Sound e poi oscillando traballante tra armonie sporche di organo (Untitled Sketch) ed ansimanti e distorte suite monocorde (Beboc Roloc).
Due le cover presenti. Una leggera, quasi inconsistente rivisitazione di un pezzo di Cat Power (What Would The Community Think?) ed una riuscitissima There Is A Mountain (Donovan), acida ed ossessiva come il suo tappeto di feedback e tastiere. Da annotare la sacralità irriverente di Psalm 99, praticamente un barbone ubriaco che irrompe di forza in una chiesa ortodossa. Sette minuti sette di halleluja smorzati e corrotti da un rumore incessante e crescente.
Nel complesso, pur trasmettendo una frequente e persistente sensazione di intenzionale disordine emotivo e strumentale, Extractioning si presenta come un esperimento ben riuscito (non esaltante), apprezzabile da orecchie avvezze al genere.
(6.2/10)