
Costantemente proiettato nelle atmosfere strumentali di qualche lustro fa, il lavoro di Benge potrebbe considerarsi una perfetta produzione di musica per sintetizzatori, un album senza sbavature che razionalizza e coordina il sentimento digitale. La netta mancanza di una tessitura davvero originale si mimetizza dietro la delicatezza glitch di elementi minimal, la scrupolosa cura dei suoni e le lente progressioni dreamy di bellezza sospesa. Nove visioni sottomarine illuminate da chiari cristalli e beat secchi, dove i temi narrativi si rivelano talvolta troppo nostalgici pur mantenendo un risultato performativo di ottimi livelli. (6.3/10)

Sullo stesso stile l’uscita gemella della Expanding Records, un album dove lo strumentale si riunisce attorno alle tasteriere ed i suoni rarefatti si amalgamano con la calma generale. Una nenia notturna in digitale che potrebbe interessare le nuove produzioni elettroniche della tedesca City Centre Offices e che potrebbe chiudere dolcemente serate al lume di candela o notti insonni al chiar di luna. Sottilmente introspettive ed inquietanti, le tracce di Flotel rimandano a ricordi ancestrali e simbolici viaggi psichedelici; le minime intermittenze ed i singoli loop si insinuano con arguzia nelle trame cerebrali dell’ascoltatore, tanto da immaginare che si tratti di una colonna sonora originale per un film mai realizzato. Un po’ troppo onirico per conquistare un vasto pubblico, ma ugualmente affascinante nella sua aria ieratica ed ingessata. (6.8/10)
BENGE
FLOTEL