Bobby Burg ha sempre approfittato del fatto di essere un musicista che conosce altri musicisti e, negli ultimissimi anni, attraverso la sua Record Label ha fatto uscire una manciata di EP e qualche chicca per collezionisti/completisti. Certo, il giro è sempre lo stesso: la Chicago che vive all’ombra dei gruppi che gli hanno dato la fama che merita e che ormai non esistono più (o fanno uscire dischi così così). E allora: i Joan of Arc in tutte o quasi le salse (e relative incarnazioni), i Chin Up Chin Up, gli Euphone, ecc. Facile allora riunire qualche amico o invitare qualcuno che ha ancora voglia di tirare fuori qualcosa di buono. Nascono in questo modo gli EP di Graduate Series, accomunati da questo desiderio tutto indie di fare le cose di testa propria e in assoluta libertà.
Ed è proprio Bobby Burg che dà il ‘la’ alle danze dividendo coi suoi Love of Everything un 7” con Phil Elvrum/Mt. Eerie. I L.O.E. sono la quintessenza del caro vecchio indie-rock che faceva dello scazzo un’arte quasi inconsapevole e che oggi – chissà perché – ci appare quasi retrò. Aspettiamo comunque con curiosità l’uscita del nuovo album su Brilliante, visto che i precedenti cd riuscivano in qualche modo a smarcarsi da questa condizione. Dal canto suo più che apprezzabile il contributo di Elvrum che si/ci lascia andare alla deriva con l’amara semplicità di In the World (che in giro potrete trovare anche come To Be Not Afraid). (6.7/10)
Inesausti Kinsella, inesauribile Tim che neanche durante la sua luna di miele smette di scrivere canzoni, di registrare cose qualunque sia la stanza in cui si trova. Ne viene fuori un EP che al solito non aggiunge niente di nuovo e di più a quanto fatto dal nostro, che riesce a conservare un inquietante fascino anche in questo Crucifix Swastika. Secondo disco solista che deve tanto all’esperienza Joan of Arc: ancora quelle canzoni che ormai uno deve continuare a definire “sbilenche” ma che oggi, a forza di ripetersi, camminano dritte, impalate. Un piccolo, testardo eroe indie-rock. (6.0/10)
Che dire di Ryan Rapsys se non che è un gran batterista, ma che proprio non ce la fa a scrivere delle buone canzoni? E pensare che il talento c’è, compresa la capacità di spostarsi da uno strumento all’altro, unite ad una voce tutt’altro che disprezzabile. Ma anche qui (e senza nemmeno l’apporto di Nick Macri dei C-Clamp) indovina una bella canzoncina come Some Want to Slowly Die per poi ripetersi prima e perdersi ancora. Alla fine lo preferivamo quando faceva urlare le pelli coi Gauge o si prestava alle circonvoluzioni dei Joan of Arc. (5.0/10)
Altro discorso per i due ultimi EP della serie, ancora due progetti solisti. Partiamo subito da Ryan Kidwell che sotto il monicker Cex ci ha regalato qualche buona variazione sul tema hip-hop bianco e che sempre più si è avvicinato a una forma di indie-rock sui generis. Inutile nascondere che questo Know Doubt è il pezzo più pregiato fra quelli fatti uscire dalla Record Label. Affiancato da Cale Parks (Aloha, Joan of Arc) Kidwell da il meglio di sé con le (raffinate) sferzate di State Secretly e le dissonanze di Contains It, e ancora con l’intimismo di un pezzo davvero inedito come lo strumentale S Opposite dal sapore quasi cold wave, con in coda tanto di eterea voce femminile. (7.8/10)
L’ultimo EP uscito in ordine di tempo è quello a nome Parish School dietro cui si nasconde Brian Case, cantante e chitarrista dei 90 Day Men. Ancora prodotto dal fido John Congleton dei Paper Chase, questo esordio si caratterizza per i toni pacati e striscianti che si posano su una riuscita interazione piano/elettronica. La voce suadente di Case e l’atmosfera che si respira un po’ in tutte le canzoni, non possono non far venire in mente proprio il gruppo-madre, ma anche qualche soluzione cara ai Radiohead più electro, per quanto il nostro mostri una sufficiente personalità per ambire a qualcosa di più. Bello ad esempio il loop che taglia in due New Joy e la sommessa drammaticità della conclusiva Leviathon. (7.0/10)