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Società del caveau - Anice (autoprodotto, febbraio 2005)

di Stefano Solventi

Che bravi, questi cinque ravennati. Non solo si autoproducono un signor disco, curato, ispirato e ambizioso, ma si premuniscono di rendere più semplice la vita del recensore descrivendo se stessi nella conclusiva Obbiettivo: intanto che si consuma un conglomerato caracollante di piano, synth e droni ghignanti, sentiamo una voce recitare “tentativo di esprimere con poche parole concetti più estesi al centro esatto della musica, ricercando una sintesi”. Quanto corrispondono queste parole alle canzoni? I testi, senz’altro, hanno quella certa tensione centripeta, quella certa stringatezza fascinosa ben incarnata da un canto che sa concedersi corpo e astrazione, aplomb e teatralità.

Quanto alla musica, la questione è più complessa: ogni brano si struttura come una piccola suite, è un ubriacante – e a tratti spossante – continuo trapasso di umori e stili, dove un piano forse troppo didascalico e la turgida elasticità del basso elastico sono i rari elementi di continuità tra corde luccicose e riverberate, emulsioni di synth e perturbazioni sintetiche. Da una Galateo per stupidi che trascina un blues rock serrato verso collassi prog/wave per poi estenuarsi in un funk visionario (scomodando en passent spettri Patto e capricci Quintorigo), ad una 6 : 47 che consuma funk liquido, dance/wave à la Franz Ferdinand, allibenti sospensioni Tortoise e calligrafismi ritmici tra i Police e i Gastr del Sol, passando per la title track che centrifuga scompigli elettrorock, agilità angolose tipiche del post, blues-rock quadrato, funk-rock a watt sgranati e iridescenze cosmiche, insomma capite come sembri più un carosello che non una sintesi. Potremmo interpretarlo come una veemente manifestazione di libertà, un monumento alla disinvoltura, una dimostrazione di fiducia per il naturale esito cui tende l’espressione se lasciata pasteggiare nella polpa viva delle esperienze. O come un impellente moto di rappresaglia contro i format a tenuta stagna del musichiere industriale. O come una ricca ostentazione di saccenza contro il rischio sempre vivo della mediocrità.

In ogni caso, quelli come la Società del caveau vanno protetti come cose rare: per il coraggio della complessità e assieme il coraggio di risolverla (vedi come nell’iniziale Ricordi la combustione prog/wave angosciosa scomodi i Floyd di Animals, i Crimson di Red, i Roxy Music e il primo Lucio Dalla, per poi chiudere in chiave mambo con strisciante afflato Tiromancino), per il carnet inusuale dei riferimenti (se tra le scosse funk blues di Buffet sembra di scorgere certi Supertramp, la solennità posticcia in coda a Fragili rivanga certi Ultimate Spinach) che suggeriscono uno starci dentro senza strutture preconfezionate. Vale a dire, l’espressione prima di tutto, malgrado tutto. Ripeto: bravi.

(7.2/10)

  1. Ricordi
  2. Galateo per stupidi
  3. Anice
  4. Fragili
  5. 6 : 47
  6. Buffet
  7. Mentalmente
  8. Obbiettivo
  • Michele - chitarre, tastiera, voce, kaoss pad
  • Fabio - piano
  • Brian - voce e synth
  • Matteo - basso
  • Gelo - batteria, percussioni, synth
  • Paria - chitarre e voce