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Sinistri - Free Pulse (Hapna, 2005)

di Matteo Quinzi

Ritornano in incognito gli Starfuckers, scegliendo come nuovo moniker il titolo del loro lavoro più riuscito- Sinistri del 1994 (ristampato poi nel 1999 con l’aggiunta di due bonus tracks)-, ma con la ferma intenzione di continuare l’avventuroso, sperimentale, affascinante percorso sonoro iniziato ormai ben quindici anni fa con Metallic Diseases. Lo sticker in copertina riporta la dicitura ”Nonmetric music”, ed è proprio questa mancanza di un baricentro, di una cellula madre capace di reggere e gestire l’intera struttura canzone, che rendono la musica, o meglio le istantanee sonore create ed eseguite dal terzetto di Massa, così libere, nomadi, ma al tempo stesso mai banalmente casuali. Manuele Giannini (chitarra, voce, echoplex, computer), Alessandro Bocci (computer, sampler, mixer, synth, turntables) e Roberto Bertaccini (batteria), con l’aiuto del sound artist Dino Bramanti ( figura fondamentale anche nei live della band, con il suo real-time processing), hanno deciso di mescolare e destrutturate molteplici stili musicali all’ interno dei dieci episodi che compongo Free Pulse.

I brevi, nervosi e reiterati fraseggi di chitarra, posti sempre in primo piano, rimandano direttamente al blues primordiale(in versione elettrica) contaminato con il funk malato di Captain Beefheart, suonato però con un’attitudine ben più attuale e dal chiaro accento post ( pensate ai momenti più rarefatti degli ultimi US Maple misti a quelli tipici degli Storm & Stress). La batteria invece è di chiaro stampo free-jazz mentre la componente elettronica (senza alcun dubbio l’aspetto più interessante per ricerca, espressività e creatività), utilizzata strategicamente come un caleidoscopico tappeto sonoro, può trovare riferimenti stilistici nell’area glitch-minimal all’interno dei cataloghi della 12k, Apestaartje, Mille Plateaux e ovviamente Raster Noton. La traccia dal titolo Deep Sgneak è un ottimo esempio di questo pastiche: loop acquatico, batteria che si affaccia timidamente per poi impadronirsi della condotta ritmica, riff di chitarra hard-blues, e su tutto uno spettacolare sample di archi in perfetto stile Murcof. Il risultato sono cinquantacinque minuti scarsi di musica ipnotica, viscerale, ricercata, ma, con il passare dei brani, sempre più freddamente prevedibile e uguale a se stessa (l’autoreferenzialità è spesso dietro l’angolo), cristallizzata in una free-form circolare, che risulta essere il vero punto debole dell’album, oltre a rendere faticoso se non addirittura noioso l’ascolto prolungato o ripetuto. Ampstone, l’unico brano cantato del lotto, ma sarebbe più corretto dire arricchito da uno strisciante sussurrio, da solo non può certo sterzare la linea di condotta verso nuovi lidi musicali, con l’aggravante di avere una struttura decisamente affine agli altri nove strumentali. Si consiglia quindi un ascolto frammentario, notturno ed in cuffia di Free Pulse, per apprezzarne appieno le sfumature senza ritrovarsi di fronte all’effetto monolitico che il disco rischia di suscitare, soprattutto per chi non ha familiarità o non è solitamente avvezzo a certe sonorità. Sicuramente quello che non si può rimproverare ai Sinistri è di essere provinciali o derivativi, in quanto rappresentano una delle poche realtà della nostra penisola (insieme ai Larsen, ai My Cat Is An Alien e a pochissimi altri), capaci di creare un microcosmo sonoro unico, ben delineato e riconoscibile; senza la preoccupazione e la presunzione di appartenere ad una specifica scena più o meno chiacchierata o pubblicizzata. A conferma di quanto appena detto, non è un caso che la band venga apprezzata e seguita con attenzione dalla stampa musicale estera più smaliziata, e che il disco in questione sia stato stampato dalla svedese Hapna, etichetta che annovera tra le proprie releases lavori di Stephan Mathieu, Loren Connors & David Grubbs, Pita, Oren Ambarchi e molti altri; insomma buona parte degli artisti di spicco della comunità avant-improv contemporanea a livello mondiale.

L’essere originali, innovativi e con un’estetica ben precisa, ma al tempo stesso comunicativi e trasversali, spesso è la differenza che corre tra un buon disco di genere, ed un grande album tout court. Come dire è molto facile farsi capire dalla propria tribù, molto più difficile è comunicare le proprie idee al mondo esterno. Questa lezione i Sinistri debbono ancora impararla del tutto, ma l’importante è trovarsi sulla buona strada.

(6.0/10)

01. Smooth Fried Tk2
02. Bluesplex Pt1
03. Pre-Verb Fried Funk
04. Holes In Between
05. Black Vamp #1
06. Ampstone
07. Cold fried Tk4
08. NY Vamp (Second Set
09. Deep Squeak
10. Red Angular Feelin'