
Lo Schwabinggrad Ballett è un collettivo fondato nel 2000 al campo antinazi No Border con l’intento di generare una struttura flessibile e strategicamente anarcoide tale da degenerare le forme stantie della politica sociale agendo attraverso il concetto di caos antiglobal in musica.
Il nome combina la memoria delle offese naziste con la resistenza boema e l’eliminazione degli artisti di strada cecoslovacchi. Fulcro dell’azione del network (discussione, lettura, esibizione e concerti), il Buttclub di Amburgo.
La loro opera si configura come una mancata quadratura del cerchio: indefinibili in questo che è il disco d’esordio, propongono un genere non tradizionale, colto e teoretico, motivato dalla rilettura della visione anfetaminica dell’aggressione maniacale hitleriana, masterizzata mediante l’immaginario del dittatore, dipinto in bianco e nero dagli studi sulle mappe neurali che segnalano canali ergici diversificati, tanto da inserirvi un connotato mostruoso d’ineleggibile diversità.
Epigenetica mengeliana e nausea dell’orgia musicale, immaginando gli Skeleton Crew di Fred Frith assiepati nell’universo blasfemo di vocalists eccellenti e più sincere del mezzo uomo postnazistoide del premuro berliniano. Scomodiamo gli Einsturzende Neubauten, ma più orgiastici e tachicardici, kraftwerkiani postindustriali: un rumorismo artigianale che potrebbe rammentare i Cerberus Shoal meno cosmici, quando orgasmi sintetici e punk-rock difficilmente coniugano lo stereotipo dei cieli scuri e brumosi di Germania con il florilegio di colori e la vitalistica vivacità della band.
Una proliferazione di voci e strumenti acustici, lontani dal folk apocalittico di teutonica maniera per causa di straniamenti alieni, elettroniche percussive, balbuzienti presbiopie create dal dialogo orchestrale che soggiace alle composizioni, cementandole.
Uno spirito teterrimo eppure gioioso corre per tutte le tracce del lavoro, scandendo pause di riflessione e silenzi di risonanza. Elementi free-form, dipinti sonori, cerimonie tecnotribali, clusters, confezionano una brillanza organizzativa e compositiva rara, sebbene assai difficile da definire nei contorni di forzose etichettature.
Trashcan suona come un party delle camicie nere, drogato e violento; Trauma Troopers evoca marcette tronfie, parate per la manipolazione delle coscienze; Moderne Welt assimila la lezione di Heidegger senza divenire Schopenhaueriana, quantunque la Volontà di Potenza Nietschiana trasmuta le occhiaie di Hitler in manifestazione esoterica e devilista; Wenn's anfängt durch die Decke zu tropfen emula le bombe naziste ma anche il riparo indecente del bunker in cui Hitler pareggia i conti con la follia; Lied der Baumwollpflücker non perdona il cinismo della colonna sonora all’entrata dei campi di sterminio.
Più che un disco, la partitura incompiuta di una sceneggiatura antirevisionista.
(6.7/10)