
Creare musica vibrante
partendo dai preamboli del free jazz ed arrivando ad una sintesi destrutturata
che marca il momento, esalta l’attimo, suona decisamente virtuosa.
Come se Coltrane, nascosto tra i vicoli sudici di New
York, avesse ceduto al fascino estremo della no wave più blaterante.
Come se il funk dei settanta avesse perso la propria purezza in favore
di un rumorismo
istintivo fatto di fotogrammi sparsi ed abbozzi urbani decadenti.
Un suono virtuoso, specchio fedele delle personalità coinvolte
nel progetto.
Alla batteria c’è Lukas Ligeti, figlio di uno dei più grandi
compositori di musica contemporanea del ‘900 – tal Gyorgy,
tanto caro a Stanley Kubrick – e compositore sperimentale egli stesso;
al basso Massimo Pupillo, musicista negli Zu nonché collaboratore
di artisti del calibro di Steve Albini e Guy Picciotto; al sax il palermitano
Gianni Gebbia, titolare di innumerevoli esperienze musicali tra Italia
e Stati Uniti e di una prestigiosa presenza nel Penguin Books To Guide
Jazz.
Tre apporti strumentali d’eccezione per un disco segnato da un’irrefrenabile
spinta creativa ed un’ indole che trascende ogni conformismo. A titolo
d’esempio potrebbe essere sufficiente citare i briosi fraseggi di
sax che germogliano tra i solchi di Anarchytecture o il sudore e gli schizzi
dissonanti di Pay For Soup. Build A Fort. Set that
On Fire, le narcotiche
attese in Hollenberg Pony Express o i fulminanti crescendo di Logic
Of The Birds. Brani in cui la consapevole conflittualità tra gli strumenti
determina il mood e i tempi di somministrazione mentre l’improvvisazione
crea talvolta uniformità di vedute, più spesso, balbettanti
e vorticosi contrappunti.
Il disco apre al concetto di stimolo-reazione e lo fa grazie ad un substrato
armonico che permette al singolo di gestire in piena autonomia la propria
identità musicale, pur non impedendogli di intervenire sul suono
corale. Un suono che esclude quasi del tutto il ricorso a temi ricorrenti – prerogativa
del jazz più tradizionale - in favore di una tendenza all’espressività frammentaria
ed allo scontro violento.
Stordire, sommergere, far riflettere: questi gli obiettivi di The Williamsburg
Sonatas. Un’ opera di confine tra jazz ed avanguardia strumentale,
che riserva memorabili istanti di musica colta.