
Procedendo con gli ascolti di questo Bailamme Generale, mi si chiariva quanto la sintesi operata dai bergamaschi Gea (giunti al terzo album) fosse poco esaltante, di certo non originale, vagamente esauste le istanze estetiche prescelte. D’altro canto però, scoprivo che quella vigoria, quel gioco serrato, quella palpitazione che spunta tra gli spigoli, si aggrappano ad una convinzione viscerale, di sicuro genuina, irresistibilmente generosa. E’ un po’ il solito vecchio discorso: a fronte di poche entità seminali ci sono molti che preparano il terreno, tantissimi che curano il raccolto e una marea di raccoglitori (buoni e meno buoni). Tra i buoni raccoglitori metterei anche i Gea, cui non difetta l’impegno, la dedizione e quel pizzico d’ingegno che condisce la sostanza.
Il loro sound stempera in adrenalinica soluzione Fugazi le sincopi ipnotiche del post-rock e l’impeto fibroso del grunge, con una particolare predilezione per gli ultimi Soundgarden, quelli che consentivano all’ossessione hard-blues anfetaminiche sospensioni psych (vedi Sigaretta serale sul balcone) e astrusi siparietti cow punk (si prenda la sfuriata a cento all’ora di Mr. Fantastico, che pure - forse per quell'aria ridanciana sottopelle - non può non ricordare la famigerata Asilo Republic di Vasco Rossi). Altrove, il canto adenoideo su crogiolo psychoritmico rimanda a certi mal di cuore Marlene Kuntz, stemperati se è il caso con la struggente cedevolezza dei Perturbazione, che è quanto accade nella notevole Indaco, della quale va pure sottolineata una lunga introduzione strumentale à la Giardini di Mirò (arpeggio baluginante e incendio accorato) cui fa eco un assolo conclusivo dalle vaghe ascendenze prog. Detto che talora l’impeto angoloso chiama in causa la scellerata teatralità degli One Dimensional Man (non a caso l’ex chitarrista degli ODM Giulio Favero cura l’incisione e il missaggio), che certe meditazioni in punta di corda denunciano amore per il Jim O’Rourke solistico (vedi il finale di Style) e che in mezzo al bailamme trova cittadinanza anche un po’ di sbrigliatezza Red Hot Chili Peppers (in Aquarello), mi fa particolarmente piacere mettere in rilievo l’influsso – non so quanto consapevole, casomai i Gea me lo facciano sapere – di un disco di successo eppure troppo poco citato come Synchronicity, l’ultimo a firma Police (anno 1983). Da quei solchi infatti sembra provenire l’allarme vivido, la tensione cerebrale, quel modo che hanno le corde d’indagare riverberi radenti, quella voce foderata in una stretta eco sintetica (si prenda Agro o dolce?).
Accennavo poche righe fa all’ingegno dei Gea: va bene, molto bene quando nella già citata Style fanno danzare retaggi psych e oblique vibrazioni su sarabanda errebì; bene quando nella conclusiva Fomne fanno procedere amarezza e languore, sussurri e sospensioni fino ad un assolo di chitarra felicemente icastico (di quelli che una volta funzionavano così bene); bene anche quei coretti fantasmatici a spandere inquietudine nel valzer spezzagambe di Svizzera rossa, salvo però toppare abbastanza clamorosamente chiamando un sax incorporeo a scivolare sulla pelle del suono, con l’opportunità che potrebbe un sample di Paolo Conte. In definitiva, non avranno da offrirci stille di puro genio, questi Gea, però non fatico a immaginarmeli entusiasti ed esausti alla fine di una session o di un concerto dove non esiste il concetto: risparmiarsi. Quel che raccolgono, e come lo fanno, è abbastanza bene.
(6.4/10)