
Anno dei ritorni, grandi e piccoli, questo 2005. Alla fine è tornato pure lui, ‘Sua Drone-ità’ Dylan Carlson, dopo le varie avvisaglie in forma di (scarsissime) registrazioni live. Si cianciava piuttosto del penultimo Pentastar (SubPop, 1996), quel suo istillare dubbi circa il possibile proseguo creativo degli Earth, ma pure caparbio nello spostare i registri - tramite ponti mobili verso generi collegati - nella direzione del fascino atmosferico, più che nei magmi monolitici di suoni scavanti.
La smentita/conferma di tali dubbi è dunque arrivata con il suo ultimo parto, Hex e relativo sottotitolo (già da qui qualche affinità col predecessore), secondo tributo sui generis da parte del chitarrista-compositore. Diciamolo subito, perché la storia è palese: se Pentastar era un permeato dal pensiero della psichedelia acid/stoner-derivata, Hex si rifugia in atmosfere desertico-sergioleonesche, texarcane, vagamente hard-southern. Accanto al duo portante chitarra (ovviamente Carlson, anche al banjo)-batteria (di nuovo Adrienne Davies), anche basso (John Schuller), pedal steel, trombone e campane tubolari (Steve Moore) fanno la loro parte.
Questa filologia roots sfoggia tutta la sua solennità all’ascolto delle quattro dilatazioni strumentali di media durata (7 minuti e rotti a testa), in cui fraseggi melodici di chitarra scurissima sono plasmati come dal vento che soffia in lande desolate (The Dire And Ever Circling Wolves), suddivisi in sorta di strofa e chorus (Lens Of Unrectified Night, Land Of Other Order), o parti d’inizio-chiusa e variazione centrale, insieme a visioni Gelb-iane spartite con buon equilibrio tra gli strumenti di corredo (An Inquest Concerning Teeth).
E poi i quadri di breve durata. Mirage, l’incipit, attacca ampio tra colpi solenni di chitarra e vento tutt’intorno, The Dry Lake, il più ambizioso, è un’oasi color pece di musique concrete ambientale, in cui sembrano far comparsa indefinita fantasmi antichi (invocazioni acute, note sparse, nitriti in lontananza). In Left In the Desert, altro intermezzo ventoso, fa apparire il miraggio dello stesso Carlson - quello del tempo che fu - attraverso un esile feedback e sbatacchiamenti di campanacci.
Come dei Bardo Pond a imitare i Calexico, passando per il vaglio Sabbath-iano, e con la direzione artistica dei Codeine. E’ il disco (il quinto) più esplicito di Carlson, e non il più diretto: forme ben salde, un po’ telefonate, crosta melodica (arida nel migliore dei casi) insistita fino ai fasti della pura scenografia, anche se d’innegabile buon gusto, e con un tatto western drammatizzato che evita qualche luogo comune di troppo. L’artwork - centrato - è a cura di Stephen O’Malley.
(6.2/10)