
La recente attività discografica di Dylan Carlson è ben misera. Live album, demo-tape, raccolte di remix. Tutti ponti (ormai allungati all’inverosimile e sempre più fragili) verso la nuova opera di studio, il seguito dell’ormai arcaico ultimo album a nome Earth, quale Pentastar (SubPop, 1996). Quando arriverà, se arriverà. Per il momento ci si deve sorbire questa paccottiglia di materiale di bassa qualità. Living In The Gleam Of An Unsheathed Sword, registrato dal vivo durante alcune delle date della tournèe europea del 2002, ne è illustre esempio.
Soltanto due brani. Il primo, Dissolution III, è un flusso continuo di suoni irti generati dalla sola chitarra, basato su continui richiami alla scena psych neo-zelandese. Talvolta ci s’inalbera per pochi secondi, ma si torna presto a dronare con la medesima intensità per tutti i 15 minuti scarsi della sua durata, al massimo accentuando la dinamica di un nonnulla. E’ un brano che fa affidamento alle svirgolate distorte con pigmentazione death alla Deicide, ma spesso virati all’atonalità ostentata.
Living In The Gleam Of An Unsheathed Sword - una ciclopica maratona che sfiora l’ora di durata - riesce a fare di peggio. Carlson si fa accompagnare dalla batteria suonata da Adrienne Davies, mentre riprendono imperterriti i suoi fuzz più monolitici e avari della benché insignificante concessione (solo qualche leggera accelerazione, nonché scontate zone di rarefazione della tessitura). A questo si aggiunga la mastodontica durata, per la quale arrivare ad ascoltarne la metà è opera monumentale anche per il più paziente degli ascoltatori.
Terribilmente ignaro delle conseguenze a cui andava incontro, questo titanico erroraccio discografico raggiunge con tronfio eroismo il duplice obiettivo di far sprofondare le forse oneste intenzioni di Carlson (sfamare i fan indefessi, stuzzicare i nuovi arrivati), e di svalutare persino la portata dei live show veri e propri. La title-track era già presente in 070796LIVE (Autofact, 2005). Tiratura limitata a 1500 copie.
(3.8/10)