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Colder - Heat (Output Recordings, 2005)

di Martino Lorusso

Un corvo con le ali aperte, dei petali rossi sparsi sul pavimento, una figura femminile avvolta nell’oscurità, di cui si scorgono gambe lunghe e sinuose, e una mano sottile protesa verso il volatile nell’atto di accarezzarlo (o di proteggersene?). Fascinoso sin dalla copertina, Heat, secondo album in studio per il parigino Marc Nguyen - in arte Colder - è trasposizione quasi letterale delle suggestioni evocate da quello scatto: eleganza stilistica e essenzialità formale (la donna), atmosfere notturne (il buio intorno), minacciosa inquietudine (la posa dell’uccello), sprazzi di colore/calore (i fiori sanguigni).

Se Again (Output, 2004) poteva dare ai più smaliziati l’idea di furberia a cavallo dell’onda del momento (vedi capitolo: “recupero della new wave”), da un lato, e di temino ben svolto (traccia: “i miei dischi preferiti”), dall’altra, l’ultima fatica del designer e produttore francese è la conferma di come quel “ Moroder dei giorni nostri” (anche nell’aspetto) di Trevor Jackson sia un talent scout dall’orecchio fine, con cui dovreste guardarvi bene dallo scommettere anche un solo penny. E anche la riprova che dalla sua Output non viene fuori (solo) la musica europea più trendy e patinata del momento - come si potrebbe dire per un’etichetta sorta nello stesso anno, il 1996, a una Manica e svariate miglia più a sud (senza nessuna accezione negativa, sia chiaro) -, quanto piuttosto un sound che rispecchia fedelmente la larghezza di vedute del suo artefice, spalancato all’attualità nelle sue cangianti sfumature, come la coda di un pavone a cui piace far bella mostra di sé.

Heat non cambia la formuletta di Again, ma ne supera l’ aura mediocritas, spostando il fuoco sulla scrittura, che si fa più appuntita e personale, quasi che le ispirazioni e i riferimenti musicali dell’artista (sinora evidenti come fili elettrici scoperti) fossero stati celati all’udito, pur restando presenti/percepibili in un ascolto d’insieme. Alternativamente si potrebbe pensare che Nguyen sia riuscito a depistare la nostra attenzione dagli aspetti formali della sua musica, indirizzandola a quelli più propriamente compositivi, al punto che perfino quando una Wrong Baby sembra “perdere il controllo” in uno sterile calligrafismo curtisiano, non ci scandalizziamo più di tanto, assecondando anzi il groove col piedino. Il disco è la notte nella sua essenza più ossimorica: la sensualità da dancefloor di To The Music e il fuoco della funkyness di Tonight, la quiete morfinica e atmosferica di Fade Away; il caleidoscopio doorsiano (con tanto di organetto) di The Winter’s Fields e Your Face; il grigiume metropolitano di un’oppiacea Bristol (Burnt Out); il bagliore al neon della tecnologia (nei rintocchi di synth à la Kraftwerk) di On My Mind, il sudiciume à la Suicide da bassofondo di Downtown.

Il disco è una raccolta di dieci suggestive istantanee (ben) scattate nel freddo pungente della notte da uno stiloso parigino di origini sudamericane, dal cantato caldo e avvolgente come la lana di una sciarpa, rigorosamente nera.

Colder alimenta e conferma così una sottotendenza che, da un paio d’anni a questa parte, interessa in modo evidente il recupero delle sonorità post-punk: quella che vede un nugolo sempre più folto di artisti/gruppi (Piano Magic, Windsor For The Derby, Crossover tra i più recenti), replicare, dell’ampia tela ’80, anche le trame più oscure e sinistre, filtrandole attraverso una sensibilità moderna, e secondo un approccio assolutamente legato agli attuali mezzi di produzione, i quali forniscono un ruolo chiave e inedito alla componente elettronica. Segno di un’inquietudine diffusa tra molti, di tempi malandati e di futuri sempre più incerti/impensabili/incomprensibili.

(7.5/10 )

  1. Wrong Baby
  2. Losing Myself
  3. The Winter's Field
  4. To The Music
  5. Downtown
  6. Tonight
  7. On My Mind
  8. Your Face
  9. Fade Away
  10. Burnt Out