
Mark Mitchell, mente dietro il progetto Clue To Kalo, si può considerare come uno degli artisti più puri degli ultimi anni. Una contaminazione trasversale, un ibrido immaginifico, chiamatelo come vi pare; di fatto, a partire da laptop, folktronica, IDM e sampling soffusi, talvolta ne esce qualcosa di meno convenzionale del resto, della pervicace “scena” o “filone” che sia. Appunto, qualcosa di puro. Come il suo secondo album (seguito dell’esordio timidino di Come Here When You Sleepwalk; Mush, 2003), quello con cui il ragazzo di Adelaide fa realizzare ai (pochi) seguaci di pubblico come sia in grado di fare sul serio.
Con brani come Come To Mean A Natural Law è già spettacolo. Sax annunciatori, impasti di synth e un greve vocalismo creano una tensione tutta particolare, a-ritmica ma ugualmente marcata. La seguente accelerazione prelude ad una coda strumentale che ha tutta l’insostenibilità metafisica della Little Red Riding Hood Hit The Road di Wyatt-iana memoria. Nine Thousand Nautical Miles prosegue nella stessa direzione, con oasi di suono color pastello, andamento da walzer electro, vibrazioni umbratili del sampler, e una successiva metamorfosi impregnata di chitarre acustiche che porta alla trasfigurazione para-sinfonica della chiusa.
La formula si ripete, mostrandone tutti i possibili risvolti armonici e timbrici. In The Just Is Enough emerge una dimensione maggiormente cantautoriale, con piano dolcissimo e chitarre cullanti, e un intermezzo strumentale da far invidia al miglior JJ Cale. The Tense Changes è quasi electro-raga d’estasi Mark Hollis, con evoluzioni smooth-soul in versi liberi. As Tommy Fixes Fight, dopo un’altra sospensione ambientale, attacca con soavi incisi di piano elettrico e clavicembalo per poi alzarsi in un’apoteosi orchestrale di fiati e chitarre distorte, e in una finale danza campestre-digitale. Seconds When It’s Minutes è quasi un aggiornamento delle sottigliezze acid-folk di Tom Rapp, ma reso obliquo da cut-up, cambi di tempo, parentesi strumentali.
Riprendendo e fortificando un’idea electro-coloristica di post-rock che fu di Four Tet, Manitoba, Dntel e Pram, l’album impagina dieci gemme di montaggio sonoro-musicale, centrate su armonie diafane, forme asimmetriche, tonico slancio emotivo. Opera splendidamente ripetitiva, con un’idea palindroma sullo sfondo che corre tra Intro (The Younger The Old) e Outro (The Older The Young) come un messaggero stilistico a scombinare strutture e increspare pattern su pattern. Nei live show Mitchell è aiutato da Curtis Leaver (chitarra) e Alan Beverley (batteria).
(7.1/10)