
Brillante seconda prova del quartetto strumentale No-Metal tedesco con sede a Colonia, assai più a suo agio con gli utensili del jazz dal doppio basso e dal lentissimo mezzo passo.
Tra le band più oscure del momento, risulta difficile delinearne i connotati retorici, tetragonicamente teutonici. Senza dubbio parto delle nuvole pesanti del black, se ne distanziano per l’adozione del noir; poco inclini alla sofisticazione, suonano dunque elitari e inequivocabilmente speciali. Geisterfaust (alla lettera, pugno fantasma…) appunta cinque brani, uno per ogni dito dello scheletro umano, moncherini di maniacale segnaletica chiaroscurale.
Impossibile da assorbirsi a manciate, la piccola dose sorseggia composizioni austere, distrattive, dove ciò che accade, procede adattivamente con le auscultazioni dell’interiorità di un milieux tombale, heideggeriano, allocato con candele infiltranti nella coscienza dell’ascoltatore. Zeigefinger è un’esperienza liquida di destrutturazione ferormonica e microtessutale di 20, interminabili, minuti; Daumen impone la Pax glaciale, magnificata da miliardi di gocce lussureggianti e petali carnosi d’aurale, albeggiante, percezione telescopica; Kleinerfinger è un concentrato di significanti distillati da una miriade di capolinanti strumenti.
Le altre dita perseguono il medesimo monolitico subsonico ordito, quantunque alcune tracce d’ordinata intrusione malcelano il silenzio di voci stupite bianche, cool, distorte come le flebili note di una chitarra trattata, serpeggiante tristissima meraviglia dall’inizio all’uscita del tunnel. Nessun raggio di luce all’orizzonte, il deserto della speranza, un iceberg neurale, che una doom band può monitorare e trasformare in positivo preludio alla consapevolezza, ottenuta sottraendo sempre più, sino al silenzio.
Nati dalle ceneri dell’hardcore band 71inch Boots, la dimensione del suono dei Bohren dipana verso l’altro estremo estetico, scremato, tattile, che tenta l’impossibile sincretismo tra doom e darkness, sempreché un sax mantenga la listening orecchiabile. Emergono arrangiamenti dal jazz classico, rimaneggiamenti abbruciacchiati di pop aritmico, armonie decapitate, grattugie romantiche e brutali, essenze horror per ectoplasmi concilianti. La beltà, demiurgo dell’angelo sterminatore.
(6.8/10)