
Gli A Frames suonano esattamente come se un Arrington De Dionyso ai tempi di Lost Light avesse improvvisamente deciso di cantare come Colin Newman ai tempi di 154. E cantasse di foreste nere, macerie postmoderne, civilizzazioni arrivate al classico punto di non ritorno e certezze in frantumi, ma lo facesse ridacchiando con l’aria subdola di chi in definitiva non ha niente da perdere.
In questo senso, soprattutto,Black Forestappartiene ad un’altra epoca e ad un’altra dimensione: quella del post punk sporco dei Killing Joke e dei Savage Republic, altrimenti detto a quegli 80s che, pur nella cupezza dei presagi del decennio successivo, si armavano di humour nero e mescolavano il cinismo ad un pop passato su e giù per una ciminiera fino a diventare nero come la pece.
La tracklist nel complesso disegna per aria ghirigori sonori sfacciatamente lugubri, pestando gli strumenti quasi ci fosse da liberarsi della paura; così, coi bassi in prima linea, ed i cantati che se non fosse per qualche occasionale intrusione femminile assomiglierebbero al cabaret beffardo di uno storpio, ci si fa investire (in)felicemente dal suono.
Galena è costruita su riff ipnotici loopati ed handclapping; la buona produzione, marca a dovere il rumore del plettro del basso sulle corde mentre si pensa, tutto sommato, al pop destrutturato e logoro di certi Flipper (ripescati silenziosamente nei primi anni novanta). Death Train, il pezzo più orecchiabile del disco, suona curiosamente pavementiana – una specie di lavaggio del cervello fitto di backing vocals, stretto nella struttura del verse-chorus-verse mentre Eva Braun mal cela una buona ascendenza Dischord.
Non si può fare a meno di notare che i tre migliori momenti del disco siano i tre segmenti della medesima title-track: Black Forest I, II e III aggroviglia basso, chitarra ed drumming (autentica spina dorsale) in una suite che, ricomposta nei suoi tre momenti uguali e diversi (la prima strumentale, la seconda pulita, la terza distorta) incanterebbe i serpenti per ore (e questa si, che è reminiscente degli Old Time Relijun) facendo imperterrita, nelle liriche, il verso alle atmosfere di reclusione domestica di un pezzo come Ex-Lion Tamer. Anche Memoranda, simile nella struttura a Black Forest perché altrettanto catchy ed altrattanto cupa, merita una menzione.
La Sub Pop, dopo qualche anno in sordina e un paio di dischi spettacolari sommersi da altrettante produzioni inutili, torna alla ribalta con un asso nella manica come Black Forest: in grado di sintetizzare ottime - quanto inflazionate - influenze acustiche senza quasi la minima ridondanza e mistificazione di un buon numero di loro simili, gli A Frames sono venuti fuori con un terzo disco che seduce, conquista e, fatto ben più raro, convince.
(7.0/10)