Frames da un civiltà e un’epoca quasi del tutto scomparse. Canzoni in cui la parola e il suono procedono su binari quasi paralleli, talora innescando sordi contrasti. Canzoni-frammenti di Storia (casomai esistesse una Storia soltanto) catturati in un flusso di prospettive personalissime. Disco bello e necessario. Quasi non par vero, accidenti.
Sufjan Stevens riprende il suo viaggio tra gli stati americani e varca i confini dell’Illinois, raccontandone la storia, i personaggi e il carattere, con la verve del cantastorie post moderno, sempre in bilico tra bozzettismo acustico e vocazione alla magniloquenza.
Il male di vivere. La criminalità. L’arte quale ultima azione salvifica. E una città: Milano con le sue plumbee atmosfere. Lo sguardo algido e distaccato dei Baustelle ne La Malavita, il loro nuovo racconto.
Con la sua DFA ha spianato il terreno alla propria creatura studiando ogni dettaglio, creando culto e aspettativa. James Murphy non è affatto uno sprovveduto...
I Low escono dal guscio per spandere allarme. Scuotendo le strutture, infervorando le ritmiche, distorcendo i volumi, arrochendo la voce. Gridando linquietudine che preme dentro.
Human After All è figlio di un’intuizione semplice: l’aver capito che anche l'Acid più acefala ha un cuore umano e che il rock vive anche dentro i circuiti dei robot.
Ritorna Antony, la sua teatralità accorata ai limiti del mélo, la sua mistica transgender che scompagina le carte e confonde gli appigli. Il suo corpo sempre al centro di una spiritualità che vuole manifestarsi pura, per quanto intensamente consapevole della propria impura, problematica cifra espressiva.
In un percorso musicale coerente sembrano incontrarsi le anime più innovative di certo rock “colto”, che da più di trent’anni si diverte a decostruire la materia originaria per creare qualcosa che ne oltrepassi i confini: dai Soft Machine ai Sonic Youth, dai Tortoise ai Gastr Del Sol, dagli Slint a Brian Eno.
Esistono, fortunatamente, dischi che da soli danno un senso alla più storta delle giornate. Quelli dove ogni melodia suona come tu desideri, dove ogni parola è scandita proprio come lo si vorrebbe. Little Things risponde a tutte queste caratteristiche.
Quando pensi che la tua cartina geografica sia una cosa su cui contare, quando l’hai ben stesa e appena incorniciata, ecco che cambiano i confini, talvolta pure le coordinate. Un piccolo particolare fuori posto e salta tutto. Gli Akron/Family fanno proprio questo: introducono il loro minuscolo, sconvolgente elemento di novità.
Quello degli Animal Collective è un curriculum in perenne espansione, che non mostra cedimenti, anzi. Con Feels la - temuta? sperata? - svolta pop è ormai realtà.
Gli outsiders della DFA tornano con un disco più compatto nella scrittura, che rafforza la loro singolarità all’interno della compagine di James Murphy e Tim Goldsworthy.
Una recensione in fondo non è altro che una recensione, mentre un disco, a volte, è qualcosa di molto importante. Questo disco, ad esempio.
I Marta sui Tubi ritornano ancor più potenti di come li avevamo lasciati. Parlano, cantano, sussurrano, lasciano in libertà le frequenze radio, si scavano dentro una nostalgia che sa di qualcosa lasciato indietro, non-dimenticato, indigerito…
Con la complicità di quindici band, Snowdonia offre ai bambini la prima persona e li fa partecipare a quel gioco intrattabile, ispido, astruso che è - a volte - il rock “underground”. Il risultato è strepitoso.
Con questo dischetto di “soli” quarantun (!) minuti, i fratelli Friedberger trasformano una silloge di b sides in un ulteriore passo in avanti verso la perfetta formula art-pop. E’ – quasi – capolavoro.
Oceans Apart è l’ennesima tappa di quel processo che conduce la mediocrità aurea dei due australiani verso l’olimpo dei songwriter. E’ pop colto e straccione, sobrio e scellerato, fiorito su una composta di rottami new wave e psych, folk e glam, RnB e Tin Pan Alley.
Dopo le scorribande a nome Sebadoh e Folk Implosion, Lou Barlow pubblica il suo primo disco solista, rivelandosi un autore folk di tutto rispetto.
Un instancabile e coltissimo esteta del suono, che ha usato folk inglese, kraut rock, minimalismo, prog, noise, space rock, canterbury, psichedelia e musica concreta per disegnare un affresco del mondo.
La psichedelia primordiale dei Gris Gris è un’ossessione privata, vissuta sulla pelle, identificata con un sogno d’amore perduto e calpestato ma tenacemente conservato dentro di sé, protetto dalla volgarità, dall’opportunismo e dalla disonestà che l’età adulta (personale come del rock) comporta.
A trentacinque anni dall’esordio solista Sir Paul torna a fare tutto da solo, col piccolo aiuto di un amico speciale. Ringo Starr? George Martin? No, Mr. Nigel Godrich, che riesce a tirare fuori atmosfere à la Abbey Road e Revolver. Un piccolo miracolo.
Riflessioni sugli eventi della vita, sul fato, su tutti quelli caduti vittima di meccanismi più grandi di loro. Epitaffi nostalgici e malinconici che trasudano spleen esistenziale.
Canzoni intarsiate nel ghiaccio e nella neve, nessuno spazio all’eccesso, alle emozioni forti, ai colpi di testa. L’intenso debutto dei nuovi arrivati in casa Young God, Mi And L’Au.
Che l’ostinata e anfetaminica new wave del nuovo millennio si stia finalmente evolvendo? SA mette a confronto due nuove band: i canadesi Wolf Parade e la new sensation from Brooklyn, Clap Your Hands Say Yeah.
Anni ’60 e anni ’80 rappresentavano fin poco tempo fa due ideologie contrapposte, simboli di due stili di vita apparentemente inconciliabili. Ora c’è chi si oppone a quella storica cortina di ferro, permettendosi di dar vita a sorprendenti meticciati fra abiti floreali e sintetici, abbinando sari colorati da Carnaby Street con latex da Studio 54.
Racconti per bambini, festicciole a scuola, zucchero filato e palloncini. The Best Party Ever: uno di quei dischetti per pochi intimi da cui, chissà, potrebbe scaturire un universo a parte.
Come li cataloghiamo, i Maisie di questa Morte a 33 giri? I più indie della musica legggra o i più canzonettari dell'indie? Semplicemente, Cinzia, Alberto & Friends hanno scritto tutti insieme spassionatamente una sorta di Wikipedia del pop.
Una rinnovata vitalità, costruita su una ventennale esperienza, che riesce a fare piazza pulita di altri illustri coetanei? Oppure sterile e stanco esercizio di stile, padre di un pop malinconico che ha dato i natali a ben più felici epigoni? Due recensioni a confronto per la nuova fatica di Ian McCulloch e soci. A voi la scelta di campo.
I canadesi realizzano un lavoro complesso e maturo, ricco di sfaccettature inaspettate, inaspettatamente sospese e addirittura talvolta cupe, per quanto alla luce della solita, inguaribile, insopprimibile propensione radiofonica.
La solita “poesia” di Marco. Quel muoversi fragile e brusco, struggente e tagliente, impalpabile e viscerale. Quello scorrersi dentro alla ricerca della definizione di sé, nel mondo e del mondo, tra cuore testa e trasparenza. Neve Ridens, l’incompiuto che diventa arte.
A due anni da Hobo Sapiens, l’ex Velvet Underground torna ad esplorare i territori della canzone pop-rock, e stavolta alza il volume delle chitarre. Black Acetate, ovvero l’arte di sorprendere – ancora - a 63 anni.
Belle intuizioni melodiche, grandi performance vocali e compositive a dimostrare che a venticinque anni dagli esordi si può ancora arrivare in classifica senza per questo snaturarsi. Gahan e Gore si fanno protagonisti di un piccolo miracolo di questo 2005.
La band di Toronto affronta un viaggio che, pur costellato dalle insidiose sabbie mobili del già sentito, alla fine risulta non solo agevole, ma persino avvincente. Un lavoro di classe e rara intensità, a cavallo tra folk e post rock.
Ventuno classici di un avant folk dalle garbate tinte spacey. Ventuno lezioni per l'attuale scena elettronica tedesca. Una raccolta e un tributo per una misconosciuta band che è doveroso riscoprire.
Another Day on Earth: il disorientamento di un uomo alla soglia dei sessanta che, con stupore, sta ancora investigando la possibilità del nulla piuttosto che qualcosa.
C’è una strana tensione che attraversa Face the Truth, qualcosa di impalpabile, eppure presente. C'è la strana sensazione di sentirlo incazzato, Stephen. Forse l’eterno collegiale è davvero cresciuto..
Guero è lopera di chi sa che la mareggiata è finita e probabilmente non ce ne sarà unaltra, anche se a battaglia finita ci sono pur sempre queste conchiglie-canzoni E tanto vale raccoglierle, tanto vale fare un altro giro, finché il motore gira, finché cè benzina.
Conor Oberst si fa letteralmente in due, enfatizzando e sviluppando due aspetti già presenti nella sua musica: quello più tradizionalista, folk, country e puramente cantautorale da un lato, e quello più creativo, naif, giocherellone e wave dall’altro.