Sentireascoltare.com - I Migliori dell'anno
1. Devendra Banhart – Rejoicing In The Hands / Nino Rojo (Young God / XL)
di Stefano Solventi, Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Entrare nell’universo di Devendra è una continua scoperta. Uguale a se stesso, ma sempre diverso, è come se egli ci svelasse di volta in volta un lato di quel diamante sfaccettato che è la sua essenza artistica, che non ha forma, né luogo, né un tempo preciso. In fondo questo stralunato menestrello non è così enigmatico…è soltanto come sceglie di apparirci, sta a noi cogliere la sua essenza, carpendola dai suoi suggerimenti.

2. Wilco – A Ghost is Born (Nonesuch)
di Stefano Solventi

Jeff Tweedy ci regala un disco vario e intenso, che insegue una sorta di semplicità primordiale, un'immediatezza che lo fa sembrare in corso d'opera, accadimento live nella cantina d'un mondo che ha paura della troppa luce, troppi suoni, troppe frequenze da evitare, sintonizzare o semplicemente attraversare.
Senza darlo troppo a vedere, i Wilco hanno deciso di farsi definitivamente grandi. Riuscendoci.

3. Brian Wilson – Smile (Nonesuch)
di Antonio Puglia

Si dice spesso che non si può separare la storia di un’opera da quella del suo autore. Niente di più vero, soprattutto se parliamo di Brian Wilson e del suo Smile. Questa mini sinfonia pop, che ha atteso ben 37 anni prima di vedere la luce, racchiude tutta la vicenda umana e artistica del deus ex machina dei Beach Boys. Un capolavoro fuori dal tempo, che consacra finalmente Wilson come uno dei maggiori compositori della nostra epoca.

4. Mark Lanegan – Bubblegum (Beggars Banquet)
di Stefano Solventi

Somiglia sempre più ad un percorso di incenerimento e rinascita, la vicenda artistica e umana di Mark Lanegan. Il modo in cui Bubblegum ce lo propone artista a tutto tondo, disinvolto e versatile, capace di disimpegnarsi senza timori tra ombre e luci, tra "lieve" e "pesante", fa capire quanto il Nostro sia riuscito a scendere a patti coi propri fantasmi, a ricucire le ferite.

5. Interpol – Antics (Matador)
di Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Fan e inquisitori, nostalgici e malelingue, tutti hanno aspettato al varco Antics, seconda prova sulla lunga distanza della band wave più amata dalla critica. E i newyorchesi non hanno deluso, regalandoci un disco carico di tensione, pathos, romanticismo. Non dimenticando che c’è sempre un tempo per essere piccoli.

6. Cocorosie – La Maison De Mon Rève (Touch & Go)
di Stefano Solventi

A Sierra e Bianca Casady non interessa troppo riflettere sui contrasti stilistico/temporali da esse evocati, quanto allestire grazie ad essi il teatrino delle proprie intime vibrazioni. Microcosmi che si rovesciano sfiorando dissidi universali, melodrammi disinnescati che si sfarinano d'amarezza, ritratti di torbida, incantevole melodiosità, tra gospel, folk, hip hop e lirica.

7. Divine Comedy – Absent Friends (Parlophone)
di Antonio Puglia

Fuori dal tempo e dalle mode, Neil Hannon dice addio ai suoi vecchi compagni e si riappropria di quello che a suo avviso è il linguaggio “pop” per eccellenza, ovvero la canzone decadente di ascendenza Jacques Brel, filtrata attraverso l’imprescindibile lezione del maestro Scott Walker, tenendo bene a mente i pirotecnicismi orchestrali di Brian Wilson e Van Dyke Parks.

8. Elliott Smith – From a Basement On The Hill (Anti)
di Stefano Solventi

Se questo fosse davvero il disco che il cantautore americano aveva in mente, beh, ci avrebbe davvero lasciati col botto. From A Basement On The Hill lascia la tragedia fuori dalla porta, concepito e (quasi completamente) realizzato da un Elliott Smith ancora vivo, non dedito a prove tecniche di scomparsa; un artista capace di saper cantare nell’ombra, attraverso l’ombra, la vita.

9. Tom Waits - Real Gone (Anti, 2004)
di Stefano Solventi

L'uomo è indiscutibile. Uno che si è regalato e ci ha regalato abissi di mestizia e decadenza e allegria invelenita. Uno intimo di poeti e puttane, registi e pagliacci, marciapiedi e whiskey. Real Gone aggiunge forse poco alla vicenda artistica di Waits, ma quel poco è la netta sensazione di una senilità indomita, irascibile e appassionata.

10. Franz Ferdinand – S/t (Domino)
di Antonio Puglia

Con i suoi due milioni di copie vendute, il debutto degli scozzesi Franz Ferdinand è uno dei casi discografici del 2004. Pasticciando spavaldamente e sapientemente con stilemi new wave, il gruppo di Alex Kapranos ha saputo dimostrare che è possibile andare oltre l’emul rock, riuscendo a costruirsi una credibilità di cui pochi dei loro contemporanei possono godere. Non è cosa da poco.

11. Stan Ridgway - Snakebite: Blacktop & Fugitive Songs (Redfly Records)
di Luca D'Ambrosio

Stan Ridgway è tornato portandosi dietro uno dei dischi più belli dell’anno, un’opera ispirata e brillante che restituisce al cinquantenne stregone californiano quella sospirata creatività di cui sentivamo la mancanza fin dai tempi di The Big Heat (’86).Quelle intransigenze armoniche che per molti anni hanno caratterizzato la musica dell’ex Wall Of Voodoo, lasciano il passo a composizioni nuove, semplici e senza preclusioni.

Copertina: Massimo Zamboni
12. Xiu Xiu – Fabulous Muscles (5 Rue)
di Massimo Padalino

In questo nuovo capitolo della band statunitense, la formula sonora si raffina rispetto al passato, diviene meno cerebrale (per quanto poco cerebrale potrà mai essere un album dei Xiu Xiu) e certamente "comunicativa". Jamie Stewart si conferma così uno dei talenti più promettenti dell’underground.

Copertina: Scret Machines -  Now Here Is Nowhere (Reprise)
13. Two Lone Swordsmen – From The Double Gone Chapel (Warp/Wide)
di Daniele Follero

A più di 35 anni di distanza dai primi dischi dei Neu!, Andy Weatherall ci dimostra quanto sia vivo e ancora interessante, in ambito rock, quel mondo sonoro che gioca sulla combinazione di timbri così diversi come il suono di una batteria acustica, quello di una chitarra compressa e distorta e suoni tipicamente techno.

Copertina: Mice Parade
14. Sondre Lerche – Two Way Monologue (Virgin)
di Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Questo norvegese appena ventunenne stupisce con una naturalezza disarmante: songwriter di classe, autore di melodie raffinate, ironiche, ricercate, mai banali, mai zuccherose, catchy quanto basta, ricche di citazioni colte (da addebitare più ad una sorta di imprinting genetico che a studiata emulazione). Il suo Two way monologue è come un bicchiere di buon champagne: leggero, ma con spessore.

15. Bugo – Golia e Melchiorre (Universal)
di Stefano Solventi

Uno dei personaggi più controversi della scena indie nostrana decide di proporsi al pubblico in doppia veste: manichino-robot irresistibilmente in bilico tra parodia dei (e devozione ai) modelli, e menestrello acustico che sa sorprendere con l’intensità, l’austerità, l’entusiasmo semplice di chi lascia scorrere su nastro un entusiasmo non mediato. Poco importa chi dei due sia il “vero” Bugo: la scommessa, anche se sul filo del rasoio, è vinta.

Copertina: Stereolab
16. Bonnie Prince Billy – Sings Greatest Palace Music (Drag City)
di Stefano Solventi

Con una mossa sorniona e inaspettata, Will Oldham ritorna dove tutto era cominciato, ovvero dalle parti dei Palace e delle loro migliori canzoni. Il segreto di questo disco sta nella capacità dell’autore di giocare con modelli e archetipi senza alcuna soggezione, col piglio di chi sa l’ampiezza e le implicazioni del gioco, di chi misura il tempo nella lunghezza delle prospettive.

17. Goodmorningboy – Hamletmachine (Urtovox)
di Stefano Solventi

Per cinque anni Marco Iacampo è stato frontman degli Elle, risposta nostrana alle modalità indie tracciate da Pavement e Sebadoh. Oggi come Goodmorningboy ci offre un disco di una bellezza fragile e lancinante, in cui riferimenti eccellenti (Lennon, Wilco, Linkous, Robyn Hitchcock) si agitano sotto la superficie, facendo emergere una personalità artistica matura e compiuta.

18. Oneida – Secret Wars (Rough Trade)
di Stefano Solventi

Per l’atteso seguito dell’acclamato Each One Teach One, il trio di New York regola la sintonia su frequenze appena meno stordenti e sottilmente più acide, imbastendo un programma a base di kraut e psichedelia tra compressioni e rilasci, macchinazioni post punk e anfetamine black.

19. Robyn Hitchcock – Spooked (Proper Records)
di Luca D'Ambrosio

A vent’anni da I Often Dream Of Trains, l’Hitchcock della maturità somiglia sempre più a un cantautore americano, quasi dylaniano, preso a tirar fuori dalla chitarra acustica splendide canzoni di matrice folk e country, non dimenticando il piglio acido e psichedelico che ha sempre caratterizzato le sue composizioni.

Copertina: Califone - Heron King Blues (ThrillJockey)
20. Fennesz – Venice (Touch / Venus)
di Edoardo Bridda e Michele Casella

Allo stesso modo di Endless Summer, i cui motivi erano capaci di richiamare alla mente i Beach Boys e di proiettarci nella calura di un pomeriggio estivo, Venice rievoca incantevoli suggestioni che sembrano, chissà come, sepolte nella memoria. Anche questa volta Fennesz è stato in grado di emozionare.