
Pesca il jolly
Paolo Benvegnù con questo suo atteso debutto solista, di gran
lunga superiore a tutto quanto fatto sotto la sigla Scisma.
Sofferto,
malinconico, intimistico, “vero”, Piccoli Fragilissimi
Film ha davvero poco a che spartire con il sempre più naufragante “rock
italiano cantato in italiano”.
Finissimo orchestratore (basti già il
magistrale uno-due di Il Mare Verticale e Cerchi
Nell’Acqua, o l’emozionante Il Sentimento Delle
Cose, perfetta per un Festival di Sanremo di una realtà parallela)
e fragile poeta della parola (la seconda parte del disco, più romantico-autobiografica,
con le storie tristi di È Solo Un Sogno, Only
For You, Quando Passa Lei, che in fondo abbiamo
provato tutti), Benvegnù si candida per un posto ai vertici della
nuova musica d’autore italiana, nuova ed antica al tempo stesso.
Un disco “da Club Tenco” ma anche no. Un disco da ascoltare
e da mettere in rotazione, per accorgersi come in Italia ci sia
ancora posto per piccole, fragilissime isole felici. (8/10)
Cè chi sostiene che Paolo Benvegnù ormai da troppo tempo ex leader degli Scisma sia un presuntuoso. Ne sono convinto anchio, e penso sia un bene. Credo che la presunzione sia un concetto generalmente disistimato, soprattutto perché - seppure a diversi gradi - lo ritroviamo alla base di qualsiasi forma espressiva.
Nello specifico, ogni musicista è un (po) presuntuoso. Soprattutto
un musicista rock, che bene o male deve mettersi in gioco anima e corpo,
rendere oggetto e soggetto dellespressione anche (soprattutto?) levidenza
di sé.
Un gioco che si può interpretare in modi diversissimi, ma da cui non
si scappa: allestremo, anche lassenza diventa un aspetto che
connota direttamente o di rinterzo la sostanza sonora, anchessa
ingombrante, sonante, presuntuosa.
Quanto a Benvegnù, ben venga la sua presunzione dartista superiore-alla-media,
deus ex machina piovuto su uno stallo pernicioso a ravvivare e innescare, a
incantare e dannare. Con gli Scisma fece o tentò di fare tolte
certe inevitabili cadute di tono esattamente questo, non certo da soli
ma quasi da soli nel pensarsi grandi, debitori e non succubi del patrimonio
artistico doltreoceano e doltremanica e doltralpe, oltre
a ciò testimoni di una tradizione canzonettistica nazionale in cui non
tutto è da buttare anzi (da Tenco a Paoli, da Endrigo a Battiato
).
Riguardo al presente debutto da solista in anticipo almeno in questo
rispetto al collega, amico e altrettanto celebre presuntuoso Manuel
Agnelli quanto scritto finora torna più che comodo. Perché è in
effetti un disco ambizioso, capace di mettere sul piatto tutta la perizia maturata
sul campo in qualità di producer (per Endura, Nordgarden e Brychan tra
gli altri) nel definire arrangiamenti flagranti, ricchi, ipertesi. Chitarre,
basso e batteria certo, ma anche pianoforti e rhodes, vibrafoni e percussioni,
mellotron e farfisa, archi e moog. Tutti applicati copiosamente e coscienziosamente,
ricercando in ognuno il pulviscolo timbrico e la versatilità, la dinamica
e la persistenza.
Qualità che quando sincontrano con felici intuizioni di scrittura
fanno sbocciare autentici gioielli, su tutti liniziale Il Mare Verticale (titolo
preso in prestito dallo stupendo romanzo di Giorgio Saviane, dal quale
a tratti sembra mutuare la meditazione sullarchetipo nel processo di
auto-identificazione), splendida ballata folk-jazz tutta sospensioni e rilasci
che monta proprio come una marea fino al frangersi conclusivo.
Il contrasto a più livelli tra piano indolenzito, drumming palpitante
in aspro primo piano, vibrafono trasognato, lo starnazzare malinconico degli
ottoni e il trepidare discreto degli archi sullo sfondo costituisce un insieme
forse eccessivo, ma appropriatissimo quale mezzo di contrasto per la voce amabilmente
sgraziata di Benvegnù. Un po di brainstorming: Tenco e Wyatt, Marco
Parente e Terry Callier, Gino Paoli e - massì - il Thom
Yorke di Sailing To The Moon.
Niente di ciò che segue purtroppo regge il confronto,
pur non mancando azzeccate situazioni dincantevole equilibrio/squilibrio
tra languore estetico, meditazione poetica e pulsione vitale (buona anche se
un po didascalica Il Sentimento Delle Cose da qualche parte
tra Battiato e Gazzé - dolciastra e straniante È Solo
Un Sogno allucinazioni beatlesiane in sinuosa deriva chansonnier svenevole
e incantata Quando Passa Lei omeopatia gospel-soul in sospensione
amniotica, marcetta tra cori di panzucchero, organino campo-di-fragole e allucinazioni
insidiose di synth e sax).
Altrove si avverte il cedimento a forme pop vestite sempre con cura, tuttavia
risolte con semplicismo melodico quasi irritante (Cerchi NellAcqua, Suggestionabili, Only
For You), mentre episodi come Io E Te e Fiamme fanno perno
in maniera eccessiva su stranianti situazioni ritmiche e darredo nella
prima un piano tra minimalismo jazzy e accademia, canto acidulo, fraseggi di
corde tra il post strinato e levocativo floydiano, nella seconda slittamenti
atonali di voce, campanellini, legni e armonica finendo col sembrare
più interstizi atmosferici che altro.
Catherine chiude tirando le fila e aggiungendo qualche altro ingrediente:
jazz contagiato di psichedelia, melodramma di un corpo/un destino a perdere,
claudicante interazione tra archi, piano e synth, una melodia scivolosa,
cupa e volatile, chorus che non mantiene le promesse dei versi riciclando
cascami e bagliori sixties, una chitarra che non trova la miccia che dovrebbe
(vorrebbe) accendere. Segue una breve ghost track, bruma darchi in
cinematica dissolvenza, non so se più inutile o pretenziosa: ma in
fondo non erano piccoli fragilissimi film?
Dicevamo, la presunzione: ha un certo fascino, è lecita e auspicabile
quando usata come trampolino per superarsi. Cosa che in questo disco avviene
spesso, pur cadendo qua e là inevitabilmente - in un semplice,
stucchevole amor di sé. Con tutto ciò, voglio dire, va bene così.
Non sia mai che Benvegnù divenga dun tratto modesto: sparirebbe,
semplicemente, come titoli di coda di se stesso.
(6,1/10)