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Mattia Calvo – Domani Non Esiste (Opere Buffe, 2004)

di Stefano Solventi

Ascoltare questo disco d’esordio del cuneense Mattia Calvo mi fa pensare quanto sia difficile fare del folk blues convincente (in) italiano, ma anche quanto i risultati possano rivelarsi efficaci quando s’incrociano le giuste istanze.
In questo caso, il procedere poetico di Mattia sovrappone intimo e popolare, visione e sogno, sarcasmo e utopia con saggezza un po’ brusca un po’ acerba. A tratti sa farsi incantevole, quasi sempre azzecca un piacevole equilibrio tra forma e sostanza.
Immaginatevi una realtà parallela in cui per chissà quale miracolo il basso profilo d’un Luca Barbarossa (vedi l’impellenza catchy di Vedo = Vero) venga riscattato & corroborato dal taglio obliquo (tra esotismo e tradizione) dell’Ivano Fossati maturo (vi basti l’incipit de L’uomo Che Cammina – ben simile a quello de La Canzone Popolare –oppure l’aria che si respira nella successiva Sogno Storto, tra percussioni, chitarre in riverse e un oboe galeotto) mischiato alle torride effusioni aeriformi di certo John Martin (flagrante nel fraseggio di chitarra trepido e frastagliato della title-track, blues che giustappone immagini e tensione risolvendosi nel disincanto del chorus, oppure nella psichedelia differita di Invincibile). Ecco, se ci siete riusciti, più o meno ci siamo.
Ma sarebbe giusto scomodare anche il De Gregori in vena di ironie mordaci (lo swing-reggae di Guerra Divertente), conati d’epica periferica rockeggiante à la Ligabue (Benvenuto), la prontezza ritmico-timbrica di un Ben Harper (nella serrata luminosità errebì di Potevi Nascere Sole), la delicatezza insidiosa di Roy Harper fusa assieme al malanimo raddolcito di Nino Bonocore (nella palpitante Fermo, riverberi e voce effettata per una ghirlanda d’arpeggi simile alla zeppeliniana Babe, I’m Gonna Leave You).
C’è insomma la classica dimensione cantautoriale con le sue secche ed i suoi approdi, ma c’è quel qualcosa in più che sposta leggermente – ma decisivamente – la prospettiva verso frastagliate profondità di suoni in vena di suonare, musica che si dispone intorno alle parole con l’aria di chi vuol giocare per linee verticali, affondare i solchi, dare alle fiamme i vuoti e i pieni intanto che il senso escogita storie, rigirando l’impegno – ugh! – in intuizioni poetiche di chi vive senza chiudere gli occhi.
Più che bello – ed è piuttosto bello – il lavorio delle chitarre suona vero, così come saltellano vividi i bassi e disinvolta la batteria, come se ogni voce fosse lì a dire la propria, cosa che vale anche per gli effetti sintetici sparsi sulla tessitura ad imbizzarrire le consuetudini del panorama (un plauso alla produzione di Enrico Damilano, bravo a giostrarsi tra misura ed estrosità).
A dirla tutta, la voce a volte cede ad una zuccherosità fuori luogo (è il caso dei versi di Immortale, in cui balenano appiccicosi spettri Pooh), ma nel complesso da questa compostezza “perbenista” sboccia un grazioso contrasto, insomma nulla che non si possa perdonare.
Vabbé, per concludere, mi sembra un bel disco e lo vorrei sottolineare. Anzi, un disco importante.

(7,1/10)

1. L’uomo che cammina.
2. Sogno storto
3. Fermo
4. Domani non esiste
5. Ognuno ha la sua droga
6. Vedo = vero
7. Potevi nascere sole
8. La guerra divertente
9. Cento
10. Invincibile
11. Benvenuto
12. Immortale
13. Ubriaco
Mattia Calvo – voce
Luca Allievi – chitarre
Marco Inaudi – basso
Ferruccio Battaglino – basso
Riccardo Serra – batteria
Enrico Damilano – produzione