
Ascoltare questo disco desordio del cuneense Mattia Calvo mi fa pensare
quanto sia difficile fare del folk blues convincente (in) italiano, ma anche
quanto i risultati possano rivelarsi efficaci quando sincrociano le
giuste istanze.
In questo caso, il procedere poetico di Mattia sovrappone intimo e popolare,
visione e sogno, sarcasmo e utopia con saggezza un po brusca un po acerba.
A tratti sa farsi incantevole, quasi sempre azzecca un piacevole equilibrio
tra forma e sostanza.
Immaginatevi una realtà parallela in cui per chissà quale miracolo
il basso profilo dun Luca Barbarossa (vedi limpellenza catchy
di Vedo = Vero) venga riscattato & corroborato dal taglio obliquo
(tra esotismo e tradizione) dellIvano Fossati maturo (vi basti
lincipit de Luomo Che Cammina ben simile a quello
de La Canzone Popolare oppure laria che si respira nella
successiva Sogno Storto, tra percussioni, chitarre in riverse e un oboe
galeotto) mischiato alle torride effusioni aeriformi di certo John Martin (flagrante
nel fraseggio di chitarra trepido e frastagliato della title-track, blues che
giustappone immagini e tensione risolvendosi nel disincanto del chorus, oppure
nella psichedelia differita di Invincibile). Ecco, se ci siete riusciti,
più o meno ci siamo.
Ma sarebbe giusto scomodare anche il De Gregori in vena di ironie mordaci
(lo swing-reggae di Guerra Divertente), conati depica periferica
rockeggiante à la Ligabue (Benvenuto), la prontezza ritmico-timbrica
di un Ben Harper (nella serrata luminosità errebì di Potevi
Nascere Sole), la delicatezza insidiosa di Roy Harper fusa assieme
al malanimo raddolcito di Nino Bonocore (nella palpitante Fermo,
riverberi e voce effettata per una ghirlanda darpeggi simile alla zeppeliniana Babe,
Im Gonna Leave You).
Cè insomma la classica dimensione cantautoriale con le sue secche
ed i suoi approdi, ma cè quel qualcosa in più che sposta
leggermente ma decisivamente la prospettiva verso frastagliate
profondità di suoni in vena di suonare, musica che si dispone intorno
alle parole con laria di chi vuol giocare per linee verticali, affondare
i solchi, dare alle fiamme i vuoti e i pieni intanto che il senso escogita
storie, rigirando limpegno ugh! in intuizioni poetiche
di chi vive senza chiudere gli occhi.
Più che bello ed è piuttosto bello il lavorio delle
chitarre suona vero, così come saltellano vividi i bassi e disinvolta
la batteria, come se ogni voce fosse lì a dire la propria, cosa che
vale anche per gli effetti sintetici sparsi sulla tessitura ad imbizzarrire
le consuetudini del panorama (un plauso alla produzione di Enrico Damilano,
bravo a giostrarsi tra misura ed estrosità).
A dirla tutta, la voce a volte cede ad una zuccherosità fuori luogo
(è il caso dei versi di Immortale, in cui balenano appiccicosi
spettri Pooh), ma nel complesso da questa compostezza perbenista sboccia
un grazioso contrasto, insomma nulla che non si possa perdonare.
Vabbé, per concludere, mi sembra un bel disco e lo vorrei sottolineare.
Anzi, un disco importante.
(7,1/10)