
Non è da molti un easy listening à la
Gravity and Henry. Il duo americano formato da Matt Sheehy (voce, chitarra
e loop di vario tipo) e Jahrid Brown (batteria, loops) genera un piacevole
ibrido
tra pop e post rock dipinto di minimalismo e dalle reminiscenze Pearl
Jam.
Sulla scia di Pisces, Sputnik: Travelling Companion si rivela un album discreto
e senza troppe pretese. Ci sono a dire il vero alcuni brani coraggiosi, ma è evidente
che i due non vogliano strafare, realizzando un disco soprattutto equilibrato.
Prodotto da Steve Sundholm e registrato a cavallo tra la fine del 2002 e l’inizio
del 2003 nei Fusion Studios di Portland, “Sputnik” è uscito
in Italia grazie alla messinese Mechanism Records.
L’opener Trigger/Response mette subito in risalto il drumming (spesso
caratterizzato da una batteria sovrapposta) post-rock di Brown: impossibile
non riallacciare il suo stile a quello di Damon Che, Doug Scharin o Britt Walford.
Tra armonici, rullate e ritmiche cristalline, si staglia la voce passionale
e a tratti distaccata di Sheehy, che è gradatamente annientata dall’arrangiamento
sofisticato del brano.
L’album si mantiene all’interno di uno standard qualitativo senza
picchi e cadute di tono. Davvero degne di nota The Apollo Room, con l’attacco
costituito da armonici naturali di chitarra e un uso della batteria a dir poco
geniale, che trasforma una lunga rullata in un tempo ricco di break. Le chitarre
e gli effetti elettronici rendono gradevole il brano, insieme alle tastiere
che si intrecciano alla perfezione al suo interno palpitante, che ricorda tanto
i Tortoise. Shit for laughing è forse il miglior pezzo dell’intero
album. L a voce di Matt trasmette sensazioni in grado di trasportarci nei pieni
anni ’90, tra i suoni più cupi della Manchester brit-pop e quelli
più frivoli della Seattle grunge; dopo essere sfociati in una coda di
strumenti elettronici e clean guitar, pian piano riaffiora la strofa, finché la
musica si interrompe.
L’enfatica 4th March, dall’acida melodia, convince; la vagamente
U2 Emergency Exit fa altrettanto. Sheehy vuole imporsi con uno stile cantautoriale,
convogliando l’ascoltatore all’interno dei propri stati d’animo
a seconda del modo in cui canta. Vuole essere camaleontico e ci riesce, grazie
a un talento innegabile. Interpreta la sottomissione nei confronti della società in
Kicking and Screaming, in cui si lamenta e scalpita contro qualcosa che non
riesce ad abbattere e al cospetto del quale soccombe. Agisce la rabbia con la
martellante Object Designed to Conserve Space, che dal garage percussivo dell’intro
sbocca in un limpido oceano ambient forgiato da sintetizzatori e chitarra. Non
male la sfilza di suoni campionati di Full Inute Figure e la sofferta New
Spanish Dictionary, il brano più lungo dell’album; diabetiche invece Lullaby
Song e Wellbutrin.
L’album, che si chiude con la strumentale, gelida Back Yard Epiphany,
rasenta però complessivamente la banalità e non propone nulla
di nuovo. Ma i due, concediamoglielo, possono maturare e mettersi al passo
con i nomi di punta della musica experimental. O almeno, ci piace crederlo.
(5,5/10)