Se questo fosse davvero il disco che Elliott Smith aveva in mente, beh, ci
avrebbe davvero lasciati col botto. Tutto ciò senza considerare l'addivenente,
inevitabile spremitura post-mortem, a partire magari dalle fantomatiche 15
tracce rimaste fuori dalla scaletta: già, perché questo era stato annunciato
come un doppio album, sorta di monumento definitivo lungo trenta pezzi, e
invece è stata fatta selezione, speriamo in obbedienza alle presunte intenzioni
di Elliott.
Sia come sia, difficilmente From a Basement on the Hill deluderà i
fans, anzi è probabile che il sensazionalismo dei media provochi un rimbombo
tale da richiamare qualche nuovo seguace (buon per loro).
Ispirato in quantità e qualità paragonabili agli illustri predecessori, il
programma sciorina la ben nota calligrafia pop-psych di Smith, strutturata
cioé su trepide allitterazioni folk-rock e beatlesianità al crocicchio tra Lennon e George
Harrison (più quest'ultimo, in realtà, anche se una Strung Out Again si è prodigiosa
a muoversi in perfetto equilibrio sul crinale ).
Pesano semmai un po' di più nell'economia dei pezzi il gioco degli strumenti,
batterie nevrasteniche in vena di frastagliare i piatti (come nell'onirica
ebbrezza di Shooting Star), inneschi di chitarre irrequiete (a distorcere
il centro di gravità nel valzer-blues di Don't Go Down, a trafiggere – assieme
all'ebbra allegria del piano - il corpo folk dell'iniziale Coast To Coast),
perturbazioni sintetiche come fondali di malanimo (ad esempio nella delicata,
struggente Twilight).
Naturalmente, non mancano all’appello quei suoi tipici passaggi attraverso
le impalpabili circostanze del cuore, e ci si riferisce ad una Last Hour estorta
con ombrosa leggerezza d'arpeggio folk, al valzerino oppiaceo di Little
One (sbocciato in qualche cespuglietto acido d'un campo di fragole), oppure
alla tenera concitazione acustica di Let's Get Lost (un buffetto a McCartney e Paul
Simon).
E' insomma un disco che lascia la tragedia fuori dalla porta, concepito e (quasi
completamente) realizzato da un Elliott Smith ancora vivo, non dedito a prove
tecniche di scomparsa come - ad esempio – sembra per gran parte degli Sketches di Jeff
Buckley.
Piuttosto, ha l’aria di uno dei tanti possibili modi per inneggiare alla vita
- come ci suggeriscono la trepida litania folk di Fond Farewell e l'agrodolce
popitudine di Pretty (Ugly Before) - o d'indagarne argutamente l'insidia,
come nel vaudeville ingrugnito tra fantasmagorie acide di King's Crossing,
o come nelle vivide concrezioni blues/psych della conclusiva A Distorted
Reality is Now a Necessity to be Free, una di quelle canzoni rimaste nell'aria
dopo l'impatto sul mondo dell'asteroide Abbey Road.
Per tutto ciò, suona ancora meno comprensibile il suicidio di Elliott, più stridente
il che e il come. Giusto però rispettarlo, ché non sono certo cose che vengono
decise alla leggera. Tanto più da parte di chi si è dimostrato capace di tanta
agile e sofferta lucidità espressiva. Di tanto saper cantare nell'ombra, attraverso
l'ombra, la vita.
(7,2/10)