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Califone - Heron King Blues (Thrilljockey)

di Stefano Solventi

Iniziare l'anno con una nuova uscita dei Califone è davvero una bella cosa. Sì perché ormai questi ex-ragazzi sembrano proprio aver messo il pilota automatico sulla rotta giusta, si muovono sicuri entro le coordinate della propria sensibilità senza disdegnare qualche corrente imprevista, insomma si abbandonano al volo. La destinazione è certa seppur irraggiungibile, un punticino laggiù che si sposta di continuo, ma tanto si sa che è del viaggio ciò che conta è viaggiare.
Pilota automatico, dicevo, e rischia di essere il principale difetto del disco. La prima parte infatti alterna folk-blues e suggestioni centroamericane consumando il rituale dell'incontro tra acustiche fragranti, elettricità roots e discreti interventi elettronici (emblematica al proposito Trick Bird, screziata di synth e programming, percussioni e feedback). Sempre ispirata la scrittura, però attenta a non scoprirsi troppo, pesando nell'economia di ogni pezzo tanto la melodia quanto il riverbero d'una corda, tanto la sbrigliata anarchia percussiva quanto un inconsulto cincischio digitale. Questo processo, portato mirabilmente a compimento con Quicksand And Cradlesnakes, pur trovando qui splendida conferma dà a tratti l'impressione di anteporre il metodo alla comunicatività.
O almeno è quello che può sembrare ad un primo ascolto: ne sono sufficienti un paio perché le melodie inizino a sollevarsi e sbocciare, canzoni che contengono tanto la pena che la redenzione (la toccante Lion & Bee, la stupenda opening track Wingbone), desertiche e dilatate (Sawtooth Sung A Cheater's Song), insospettabilmente insidiose (Apple), bassorilievi cui il giusto punto di osservazione e un adeguato taglio di luce esaltano la ricchezza dei particolari.
A ben vedere (anzi a ben sentire) è un ulteriore passo avanti di una band capace ormai di lavorare in sottrazione, di marciare a fari bassi nel grembo di una tradizione antica e vivissima, contribuendo come e più dei contemporanei paladini del new folk (ad esempio The Books e M. Ward, tanto per citare due che amo) a ravvivarne lo spirito.
C'è dell'altro però, perché la traccia 6 (Two Sisters Drunk On Each Other) ci sorprende con un funky tutto strappi e singulti, ruvidità liquide di chitarra, incursioni di sax e cornetta, basso in fregola, fremiti d'organo e synth, Rutili che canta con sufficienza amara, sull'orlo di un peana atonale. Il mood dell’album subisce una sorta di inversione: già oltre il punto di non ritorno, la title track sviluppa un quarto d'ora di blues elettrico dispiegando un fragore in fase di continuo spegnimento. Lungi dai muscolarismi delle jam anni settanta, procede seriale in sella ad un drumming (f)rigido, la voce scarnificata da un vocoder ai minimi termini intanto che chitarre e synth rilasciano vapori e crepitii. Sembra la danza di un uomo legato, ipnosi minimale e atavica, indagine nel buio del cuore come una memoria prosciugata dei Doors, laggiù oltre la caligine impenetrabile di mille new wave e tabule rase post-rock.
Infine, Outro chiude nel segno di un soul blues allibente, sclerosi strumentale di riverberi graffianti, il piano elettrico che scava come una tortura cinese e quello "normale" che divaga scomposto, mentre il basso s'inarca pulsando senza regola: nasce e muore come fosse la sezione di un flusso senza posa, come se i Califone si fossero sintonizzati sull'ellettrocardiogramma di un mondo impazzito.
Dubito che sarà mai considerato un disco importante, questo Heron King Blues. Dubito che lo sia. Quello che conta però è quanto suoni autentico e vero e attuale, come se fosse appena stato strappato al silenzio. E del silenzio conservasse la libertà d’essere qualsiasi cosa.

(7.3/10)

01 Wingbone
02 Trick Bird
03 Sawtooth Sung A Cheater's Song
04 Apple
05 Lion & Bee
06 Two Sisters Drunk On Each Other
07 Heron King Blues
08 Outro
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