
Iniziare l'anno con una nuova uscita dei Califone è davvero una bella
cosa. Sì perché ormai questi ex-ragazzi sembrano proprio aver
messo il pilota automatico sulla rotta giusta, si muovono sicuri entro le
coordinate della propria sensibilità senza disdegnare qualche corrente
imprevista, insomma si abbandonano al volo. La destinazione è certa
seppur irraggiungibile, un punticino laggiù che si sposta di continuo,
ma tanto si sa che è del viaggio ciò che conta è viaggiare.
Pilota automatico, dicevo, e rischia di essere il principale difetto del disco.
La prima parte infatti alterna folk-blues e suggestioni centroamericane consumando
il rituale dell'incontro tra acustiche fragranti, elettricità roots
e discreti interventi elettronici (emblematica al proposito Trick Bird,
screziata di synth e programming, percussioni e feedback). Sempre ispirata
la scrittura, però attenta a non scoprirsi troppo, pesando nell'economia
di ogni pezzo tanto la melodia quanto il riverbero d'una corda, tanto la sbrigliata
anarchia percussiva quanto un inconsulto cincischio digitale. Questo processo,
portato mirabilmente a compimento con Quicksand And Cradlesnakes,
pur trovando qui splendida conferma dà a tratti l'impressione di anteporre
il metodo alla comunicatività.
O almeno è quello che può sembrare ad un primo ascolto: ne sono
sufficienti un paio perché le melodie inizino a sollevarsi e sbocciare,
canzoni che contengono tanto la pena che la redenzione (la toccante Lion & Bee,
la stupenda opening track Wingbone), desertiche e dilatate (Sawtooth
Sung A Cheater's Song), insospettabilmente insidiose (Apple), bassorilievi
cui il giusto punto di osservazione e un adeguato taglio di luce esaltano la
ricchezza dei particolari.
A ben vedere (anzi a ben sentire) è un ulteriore passo avanti di una
band capace ormai di lavorare in sottrazione, di marciare a fari bassi nel
grembo di una tradizione antica e vivissima, contribuendo come e più dei
contemporanei paladini del new folk (ad esempio The Books e M. Ward,
tanto per citare due che amo) a ravvivarne lo spirito.
C'è dell'altro però, perché la traccia 6 (Two Sisters
Drunk On Each Other) ci sorprende con un funky tutto strappi e singulti,
ruvidità liquide di chitarra, incursioni di sax e cornetta, basso in
fregola, fremiti d'organo e synth, Rutili che canta con sufficienza amara,
sull'orlo di un peana atonale. Il mood dellalbum subisce una sorta di
inversione: già oltre il punto di non ritorno, la title track sviluppa
un quarto d'ora di blues elettrico dispiegando un fragore in fase di continuo
spegnimento. Lungi dai muscolarismi delle jam anni settanta, procede seriale
in sella ad un drumming (f)rigido, la voce scarnificata da un vocoder ai minimi
termini intanto che chitarre e synth rilasciano vapori e crepitii. Sembra la
danza di un uomo legato, ipnosi minimale e atavica, indagine nel buio del cuore
come una memoria prosciugata dei Doors, laggiù oltre la caligine
impenetrabile di mille new wave e tabule rase post-rock.
Infine, Outro chiude nel segno di un soul blues allibente, sclerosi
strumentale di riverberi graffianti, il piano elettrico che scava come una
tortura cinese e quello "normale" che divaga scomposto, mentre il
basso s'inarca pulsando senza regola: nasce e muore come fosse la sezione di
un flusso senza posa, come se i Califone si fossero sintonizzati sull'ellettrocardiogramma
di un mondo impazzito.
Dubito che sarà mai considerato un disco importante, questo Heron King
Blues. Dubito che lo sia. Quello che conta però è quanto suoni
autentico e vero e attuale, come se fosse appena stato strappato al silenzio.
E del silenzio conservasse la libertà dessere qualsiasi cosa.
(7.3/10)