
Credo di aver compreso Jon Spencer d’un colpo. E' accaduto un po' di tempo
fa grazie al grido primordiale in apertura di Now I got worry:
improvviso e folgorante come una scudisciata nel buio, mi spiattellò davanti
agli occhi tutta intera la grandguignolesca, fumettistica, atroce e ironica
ossessione dell'ex-Pussy Galore. Ossessione di cui ha voluto e saputo
renderci partecipi, con narcisistica tenacia, con la forza di immagini tatuate
a fuoco sull’anima.
Durante tutti questi anni, il suo principale merito è stato quello di sembrare
serio e non sembrarlo, genuino e teatrale assieme, divertente e (perché) diabolico,
ad un tempo feticista compulsivo e inguaribile cazzone.
La parabola di Jon è una via crucis folle e ghignante lungo le stazioni del
proprio fottuto invasamento, è la rappresentazione sonora d'una condanna che
disconosce qualsiasi assoluzione. E' un abbandonarsi tenace e scellerato ai
mille volti del fascino blues-rock.
Capita così che, estinto l'approccio brusco e fetente dei Pussy Galore, dissanguati
i fantasmi acid-blues della JSBE (in questo senso Plastic Fang è stato
il più appropriato dei funerali), la nuova ragione sociale Blues Explosion
si cimenti in una rappresentazione terapica e parodistica assieme del proprio
universo estetico.
Vale a dire, coglie le forme di quell'ossessione e ne esaspera i contorni,
le coniuga ad un presente probabile ma poco plausibile, ne schiaccia l'essenza
sulla superficie agitandola come uno splendido guscio vuoto, come una minaccia
di celluloide, come un orrore disegnato.
Ok, il qui presente Damage non è quel che si dice un gran disco, però si difende
bene grazie al fervido impegno sul versante del contorno sonico, che all’uopo
vanta l’intervento di calibri come DJ Shadow, David Holmes e Dan “The
Automator” Nakamura.
Una vera e propria congiura che trafigge di sfrigolii sintetici la verve di Mars, Arizona (gli Stones più ipercinetici e una foga southern à la Black Crowes), che sbalza l'incedere stomp dei versi di Fed Up And Low Down (prima della sgroppata punkettona del chorus e dei liquori/liquami free nel bridge), che spalma iridescenze acidule di wurlitzer sullo sculettare loureediano di Crunchy.
E che fa sembrare Rivals un coesistere di tempi, timbri e stili differenti, dimensioni parallele convergenti, funky soul tex-mex RnB (partecipa sua contorsione in persona James Chance), e densa e intossicata la coltre dub che circonda Spoiled (in cui ravvisiamo la presenza della trickyana Martina Topley-Bird), e spacey il crescendo da soul-ballad di You Been My Baby.
Basta e avanza per rendere il programma una bestiolina anomala e imbizzarrita cui l'orecchio si dedica ben volentieri. Il problema è che a ben vedere nessuna di queste canzoni sopravvive al progetto d’insieme e a se stessa, a quel retrogusto citazionistico che le fa sembrare imbalsamate fin da vive.
Voglio dire, sarebbe occorsa una scrittura quantomeno eccelsa per consentire loro di oltrepassarsi, di aggirare l'impasse semantico che ne enfatizza il simbolismo formale, per quanto dislocato, riarticolato, trasfigurato. Invece, oltre lo stupore dell’impatto (ed è un impatto virulento, frontale), si rivelano sì fulgide, ipercinetiche e insomma divertenti, ma innocue come animaletti swarosky che dopo un po’ ti vien voglia di nascondere in qualche cassetto.
Ciò vale tanto per la title-track (gli AC/DC finiti tra le grinfie d'uno smanettatore hip hop) quanto per Rattling (ansiti esotici che innestano demoni Elvis tra le nequizie Stones periodo Black And Blue), tanto per l’escursione “politica” di Hot Gossip (con ospite Chuck D per un ibrido black che rimanda all'antica joint venture Aerosmith/Run DMC) quanto per l'etimo blues-psych tra il monumentale e il raffazzonato di Blowin' My Mind.
Forse dovremmo intendere Help This Blues come una confessione, vista la nevrastenia con cui dà fuoco a micce che non incontrano mai davvero le polveri (forse perché non ci sono, la bomba è solo un effetto speciale): ovvero, la Blues Explosion - di ritorno dal capezzale di un genere che è anche una categoria del vivere - ci racconta del blues lo stato terminale, l'esangue estenuarsi post-se stesso, la pira sfavillante su cui sfrigola il cadavere.
Lo fa con cura inesorabile ma anche con sferzante noncuranza, indossando abiti e facce di chi baratterebbe il lutto con un pompino, brandendo una devozione maramalda da tre soldi che oscilla tra sberleffo ed accademia, tra epitaffio e caricatura. Imbastendo cioè un festino “snuff” che ti porta dritto dal sollucchero alla nausea, dalla goduria al raccapriccio. Che poi è meglio se prendi un digestivo, e te ne esenti per un po’.
(6.2/10)