
Seguendo il filo rosso dei lavori più recenti,
Misery Is a Butterfly segna definitivamente il tramonto del lato rumorista
dei Blonde Redhead.
Non che la band abbia perso il proprio animo primigenio; piuttosto, quello
che era il trade mark post-no wave prima maniera viene re-interpretato alla
luce di un sound più dark, ma anche più accessibile.
Queste emergenti caratteristiche sono probabilmente merito della nuova dimora
discografica – la 4AD –, da sempre caratterizzata da stili variegati,
ma comunque attenti a queste cupezze; dunque, le traiettorie intraprese si
pongono in convergenza parallela con i vari This Mortal Coil e Dead Can Dance,
Cocteau Twins e Lisa Germano. Le trame dei brani sono quindi pop-rock, semplici
e al tempo stesso complicate, ricche di storie surreali e caduche emozioni.
Sensazioni che si evincono dalle prime note dell’iniziale Elephant
Woman,
caratterizzata da soavi orchestrazioni d’archi e da un motivo sottile,
ma tediato.
Melodie di tale struggente bellezza sono onnipresenti: alla Makino il compito
di accarezzare il vessillo post-atomico di nipponica memoria, déjà vu
in bianco e nero di un mondo che si è distrutto con le proprie mani,
e a Amedeo Pace il dovere di arricchire questo immaginario astraendolo dall’occidente.
Impalpabilmente angosciosa la prima, etereo, nervoso e angolare il secondo,
il duo vocale s’alterna in quella che è una comune consapevolezza
di un al di là dal quale non si può far altro che ricordare
o vedere da una televisione a programmi conclusi.
Maddening Cloud, con quell’organo funereo – vergine
suicida – rappresenta
il requiem alle immagini evocate poc’anzi e Anticipation,
forte di un ritornello da brividi e un nervoso melodiare su refrain circolari
alle chitarre,
ne ritrae la versione specchiata, come se a richiamare in vita tali sensazioni
fosse l’altra parte di un (super)ego terminale. Immagini di psichedelia
macabra che si ripresentano nella conclusiva Equus, dove le due
metà,
uomo e donna, oriente nostalgico e occidente post-mortem si ritrovano nel
gran finale: una sala bianca dove i ricettori di serotonina sono staccati
dal destino,
uno a uno, fino alla morte percettiva e percettibile.
Scavando nella direzione del dark senza mai alzare una zolla di terra, Misery
Is A Butterfly si distende in un limbo alle cui estremità sono
visibili: le ombre lunghe di Thom
Yorke, quelle oramai ridotte a fuochi fatui
di Arto
Lindsay e quelle più delimitate del dream pop.
A parte Doll is Mine, unica parentesi veramente accessibile (e l’unica
con un tocco di humour), e Pink Love, un chamber pop costituito
da rassicuranti riff al pianoforte e da un sobrio uso degli archi, l’album
riesce a stare all’interno di questi confini per gran parte della sua
durata, un fattore non di poco conto visto il peso delle citazioni.
Siamo dunque di fronte a un piccolo gioiello di questi confusi Duemila: un
lavoro egregiamente arrangiato, dalle sofisticate ritmiche circolari e dalle
originali melodie, denso di emozioni dilatate e tocchi di classe, nonché di
angoli da esplorare, ascolto dopo ascolto.
Un lavoro compatto, avvolgente, studiato, pensato e immediatamente riconducibile
a un’idea: Misery Is A Butterfly.
(7.0/10)